Il Comitato europeo dei diritti sociali ha bocciato l’Italia per violazione della Carta sociale europea in materia di diritto di sciopero. La decisione, adottata il 10 settembre 2025 e pubblicata oggi, accoglie il reclamo collettivo n. 208/2022 presentato dall’Unione Sindacale di Base contro la legge n. 146/1990. Tre le violazioni accertate, due con tredici voti favorevoli su quindici e una all’unanimità.
La prima concerne la definizione eccessivamente ampia di servizi pubblici essenziali. L’elenco, ingrossato dalla legge n. 182/2015 e dalla Commissione di garanzia nel corso degli anni, include settori che non possono essere qualificati essenziali in senso stretto: musei, cure termali, taxi, mense scolastiche. Uno sciopero in questi ambiti non metterebbe in pericolo la vita o la salute della popolazione, che è il criterio minimo perché una restrizione possa ritenersi compatibile con la Carta.
La seconda violazione colpisce l’obbligo di comunicare preventivamente la durata dello sciopero al datore di lavoro, con un preavviso minimo di dieci giorni. Il Comitato aveva già censurato questa disposizione nel 2006: sapere in anticipo la durata dell’astensione consente al datore di calcolare l’impatto e modulare la risposta, svuotandola di efficacia. La terza riguarda il distanziamento oggettivo e i cosiddetti periodi esclusi, festività, partenze estive, eventi di rilevanza pubblica: restrizioni sproporzionate quando applicate a settori che essenziali non sono.
L’impianto del ricorso
Il reclamo è stato costruito dall’avvocato Andrea Danilo Conte, cofondatore del Centro studi Diritti e Lavoro, con il supporto dell’avvocato Marco Tufo e del professor Giovanni Orlandini. Il riferimento è l’articolo 6, paragrafo 4, della Carta, in combinato con l’articolo G: le restrizioni al diritto di sciopero devono essere previste dalla legge, necessarie in una società democratica e proporzionate. «La decisione obbliga il legislatore a intervenire e orienta l’operato dei giudici e della Commissione di garanzia», ha dichiarato Conte. Il governo, che aveva chiesto al Comitato di dichiarare la denuncia infondata sotto tutti gli aspetti, rimane senza argomenti davanti a una decisione che arriva da Strasburgo e non dalla piazza.
Il governo Meloni e le precettazioni seriali
Il provvedimento arriva dopo tre anni in cui il governo ha usato la precettazione come strumento ordinario di gestione del conflitto sindacale. Il ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini ha firmato tre ordinanze nel solo 2023: a luglio contro lo sciopero ferroviario di Cgil e Uil, a novembre contro lo sciopero generale, a dicembre contro l’astensione di Cub, Cobas e Usb. Il Tar del Lazio, nel marzo 2024, ha accolto il ricorso dei sindacati di base sulla precettazione di dicembre, parlando esplicitamente di «violazione di legge ed eccesso di potere».
Il caso più rivelatore è del maggio 2024. L’ordinanza che ha vietato lo sciopero di Trenitalia del 19 maggio conteneva un passaggio che vale la pena rileggere: la misura era motivata anche dal fatto che «si prevede che la partecipazione sarà consistente», visto che il precedente sciopero del 23-24 marzo aveva fatto sopprimere il 60 per cento dei treni. A novembre 2024, in occasione del quarto sciopero generale di Cgil e Uil in quattro anni di governo, il dimezzamento dell’astensione era stato giustificato citando «1.342 scioperi proclamati e 949 effettuati, 38 al mese», come se la frequenza del conflitto fosse prova di un abuso e non di malessere nei luoghi di lavoro.
Giorgia Meloni dal canto suo ha coperto ogni precettazione sostenendo che si trattava di scelte condivise, non politiche, basate sulle indicazioni di un’autorità indipendente. Maurizio Landini, segretario della Cgil, ha risposto che «nella storia democratica e repubblicana di questo Paese non si è mai visto» un ministro bloccare sistematicamente un diritto costituzionale. Pierpaolo Bombardieri, segretario della Uil, ha definito la Commissione di garanzia «di parte, non più un arbitro».
La decisione di Strasburgo non riguarda episodi isolati, riguarda l’architettura di un sistema che questo governo ha trovato pronto e ha scelto di usare con una frequenza senza precedenti nella storia repubblicana. Adesso quell’architettura è stata dichiarata incompatibile con la Carta sociale europea. Il legislatore è chiamato a intervenire. Anche se, anche stavolta, il governo potrebbe addossare la colpa ai soliti giudici che non li lasciano lavorare.