Hollywood ama le rivincite e ogni tanto ne regala una di quelle che fanno rumore. Proprio quello che è successo questa notte quando sul palco degli Academy Awards a Los Angeles, tra abiti luccicanti e discorsi tremolanti, a trionfare è stato il film “Una battaglia dopo l’altra” che ha portato a casa ben sei statuette.
E per il regista del film Paul Thomas Anderson – in passato già candidato agli oscar per ben tre volte – è arrivata la consacrazione che inseguiva da anni.
Trionfa Paul Thomas Anderson con il film “Una battaglia dopo l’altra”
“Una battaglia dopo l’altra” di Anderson porta a casa premi pesanti, ossia miglior film, regia, montaggio, sceneggiatura non originale, casting e attore non protagonista. Sul palco il regista, autore di film indimenticabili, sorride, circondato dal cast, e ridendo dopo questo atteso successo si è lasciato andare a una battuta: “Ora prendiamoci un Martini”.
Poi il volto si fa serio nel raccontare che dedica questo suo successo a Adam Somner, storico collaboratore scomparso nel 2024, affermando che “adesso è in un enorme bar lassù. Sta bevendo un gin tonic ed è felicissimo”.
Anderson glissa le polemiche
Il film parla di un gruppo di rivoluzionari, i French 75, che organizzano azioni di guerriglia per liberare gli immigrati detenuti in campi di prigionia. Un argomento delicato, specie di questi tempi, che per molti nasconde una critica velata all’attuale politica. Ma Anderson, deciso ad evitare polemiche, a precisa domanda ha tagliato corto: “Non sono un politico, sono un cineasta. Doveva essere solo una storia d’azione su un uomo che cerca di riavere sua figlia”.
Peccato che lo stesso, dopo una breve pausa, sembri raccontare un’altra storia perché, con espressione triste, aggiunge: “Ma quello che vedo ogni giorno pesa sul cuore”.
Il favoritissimo “Sinners” si ferma a quattro statuine
Contrariamente a quanto si creda, alla vigilia della cerimonia degli oscar il film “Una battaglia dopo l’altra” non era dato come il favorito. Anzi tutti indicavano “Sinners”, con ben sedici nomination che costituiscono un record, veniva dato come il probabile dominatore della serata. Ma alla fine le statuette portate a casa sono state soltanto quattro tra cui quello per la sceneggiatura originale, la fotografia, la colonna sonora e il miglior attore protagonista.
Ed è proprio qui che arriva uno dei momenti più intensi della serata. Michael B. Jordan, premiato per il doppio ruolo dei gemelli Smoke e Stack Moore, prende la statuetta e guarda dritto verso la platea per ricordare i giganti che lo hanno preceduto, “Sidney Poitier, Denzel Washington, Jamie Foxx, Forest Whitaker, Will Smith”, aggiungendo che “se sono qui è grazie a loro”.
Il caso Sean Penn
Tutto come da programma per Jessie Buckley premiata come miglior attrice, la cui vittoria era nell’aria da settimane. La stessa sul palco ringrazia la sua famiglia irlandese: “Mi avete insegnato a sognare”.
Ma il momento più curioso è arrivato con Sean Penn, vincitore dell’Oscar come miglior attore non protagonista proprio per il film “Una battaglia dopo l’altra”. Al momento di ritirare il premio, la star non si è presentata e al suo posto ha mandato Kieran Culkin che ha raccontato “Sean non poteva essere qui… o forse non ha voluto”. Un’assenza che ha fatto rumore anche perché Penn, stando a quanto trapela, anziché presentarsi alla cerimonia, ha preferito partire per l’Ucraina.
Gli oscar tra record e politica
Poi la serata ha ripreso come sempre, con la solita pioggia di premi in cui non sono mancate le “prime volte”. La direttrice della fotografia Autumn Durald Arkapaw, per “Sinners”, diventa la prima donna a vincere l’Oscar nella categoria.
Sul palco compare anche Javier Bardem, con la scritta “No alla guerra” che spiccava sul risvolto della giacca, e che dal palco ha gridato: “Palestina libera”.
Tra i premiati c’è anche un pizzico di Italia con la co-produttrice Valentina Merli che ha alzato una statuetta per il corto Two people exchanging saliva.