Ha perso, ma non è stata (neanche stavolta) colpa sua. Parliamo del leader di Azione, Carlo Calenda, che ieri per spiegare la sconfitta del Sì al referendum – cioè del fronte di cui faceva parte – ha scomodato la tradizione degli italiani, Giorgia Meloni e persino Donald Trump.
“Come ampiamente e pubblicamente previsto ha prevalso il No. L’Italia ha una tradizionale propensione a mobilitarsi ‘contro’ che è stata favorita anche da una campagna sbagliata e inutilmente aggressiva della destra, che ha determinato una reazione di rigetto del Paese che va oltre il merito della riforma”, ha detto Calenda.
“È chiaro che dietro ai numeri di questa partecipazione, c’è anche un giudizio sulla qualità del governo nell’affrontare i problemi economici, sociali e internazionali”, ha aggiunto il segretario che non ne imbrocca una, “Io credo che la vicinanza, mai smentita, a Trump abbia danneggiato molto Meloni e l’esecutivo. Esiste la necessità di dare rappresentanza a chi vuole che il paese cambi e che oggi si trova intrappolato tra gli opposti estremismi di destra e sinistra”, ha quindi concluso, con una certa dose di retorica (e, dal suo punto di vista, di speranza).
Picierno fa buon viso e ringrazia i “compagni del Sì”
Ma Calenda è in buona compagnia. A sinistra erano infatti in parecchi a sperare nella vittoria del Sì (e magari pure nella spallata alla segretaria Pd, Elly Schlein). A partire dalla pasionaria dei Riformisti, Pina Picierno. Che ieri ha fatto buon viso a cattivo gioco.
Dopo aver esaltato la partecipazione, l’eurodeputata ha sottolineato: “Ha prevalso il ‘No’. Un No certamente politico, che riguarda il Governo Meloni, ma credo anche gli atteggiamenti tenuti durante questa campagna elettorale, che raramente è entrata nel merito di una riforma attesa da molti anni, e si è scelta invece la strada della polarizzazione”. Per Picierno “si è passati da un populismo all’altro e, alla fine, ha prevalso la voglia di proteggere, conservare e rifiutare ancora una riforma necessaria”.
“Dal canto mio”, aggiunge la vicepresidente dell’Europarlamento, “sono orgogliosa e per nulla pentita di aver fatto, nel merito, una campagna per una riforma che ho ritenuto giusta e necessaria, una riforma che il Pd ha più volte auspicato. E sono felice di aver accompagnato un popolo di progressisti e riformisti che si è schierato con passione e coraggio: Augusto Barbera, Stefano Ceccanti, Gian Domenico Caiazza, Claudia Mancina, Umberto Ranieri, Giorgio Tonini, Arturo Parisi, Emilia Rossi, Marco Taradash e tanti altri sono stati compagne e compagni di viaggio in un percorso che guarda a un Paese più giusto, non in balia di astratti furori e nemici stagionali”, conclude.
Erano tutti nell’intergruppo per il Sì voluto da Mollicone
Ma alla lista Picierno ha dimenticato alcuni nomi che invece figuravano nell’intergruppo parlamentare per il sì, presentato alcune settimane fa alla Camera. Da ricordare anche: Ettore Rosato (“Io sono sempre stato favorevole a questa riforma, da quando ero nella Margherita e nel Pd. Penso sia una riforma necessaria e non biblica. Noi non andiamo a votare sul governo”) e Valentina Grippo di Azione, Roberto Giachetti di Iv (“Io per la separazione delle carriere raccolsi le firme con i radicali, è una battaglia che porto avanti da 30 anni”), Benedetto Della Vedova di Più Europa, Luigi Marattin del partito Liberaldemocratico.
Per Renzi una posizione win win
Chi invece non c’era, perché aveva lasciato libertà di voto, è Matteo Renzi, il quale si è così ritagliato una soluzione win win: se avesse prevalso il Sì, nel famoso intergruppo erano presenti i suoi colonnelli. In caso di vittoria del No (come avvenuto), avrebbe mantenuto la possibilità di restare nel Campo Largo e di poter dire a Meloni: “che quando il popolo parla il palazzo deve ascoltare. Non voglio suggerire a Meloni cosa fare. So cosa si prova quando si perde un referendum costituzionale, io mi sono dimesso da presidente del Consiglio e da segretario di partito. Meloni farà quello che crede ma per prendere atto di un referendum costituzionale ci vuole coraggio”.