La guerra in Iran presenta il conto: l’Italia rischia la recessione

Confindustria lancia l'allarme: se la guerra in Iran continuasse fino a fine anno, l'Italia rischierebbe la recessione.

La guerra in Iran presenta il conto: l’Italia rischia la recessione

La guerra di Donald Trump e Benjamin Netanyahu in Iran presenta il conto. Non agli Stati Uniti o a Israele, ma all’Italia. Governata da Giorgia Meloni, fedele alleata di entrambi. Il nostro Paese rischia infatti di pagare un prezzo salatissimo per la crisi in Medio Oriente, con il rischio addirittura di una recessione nel 2026. Il Centro studi di Confindustria, nelle sue previsioni di primavera, taglia le stime di crescita a causa della guerra in Iran. E lo fa delineando tre scenari. Il peggiore dei quali, in caso di guerra che prosegue per tutto l’anno, porterà addirittura una recessione in Italia, con il Pil al -0,7%.

All’opposto, lo scenario più ottimista prevede uno stop praticamente immediato (tra sei giorni) della guerra: in questo caso la crescita del 2026 si fermerebbe al +0,5%, quindi comunque al di sotto dello 0,7% previsto in autunno. C’è poi uno scenario intermedio, con altri quattro mesi di conflitto (fino a giugno): in questo caso saremmo di fronte alla stagnazione, con crescita zero. Scenari che, comunque, non considerano una reazione italiana o europea, il che dimostrerebbe – secondo gli industriali – come siano necessarie misure immediate per sostenere l’economia. E il presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, chiede subito un intervento europeo, magari attraverso debito comune e strumenti come gli Eurobond.

Non solo il rischio recessione, i rincari in bolletta sono già realtà

Gli scenari valgono anche per i rincari relativi a gas e petrolio: nell’improbabile ipotesi che la guerra terminasse entro marzo, nel 2026 gli aumenti sarebbero del 12% rispetto all’anno prima. In caso di quattro mesi di conflitto, invece, la crescita sarebbe del 60%. E se la guerra proseguisse fino a fine anno, avremmo rincari del 133% su gas e petrolio. Questo vuol dire “un potenziale aumento di oltre 13 punti dell’inflazione nello scenario peggiore rispetto al 2025”. Inflazione che invece crescerebbe di sei punti nello scenario intermedio, quello di un conflitto fino a giugno.

A quest’infiammata dei costi bisogna poi sommare gli aumenti dei prezzi di beni e servizi non energetici, i cui risultati si vedranno dopo. Se, invece, la guerra finisse a marzo l’inflazione sarebbe comunque vicina al 3%. Intanto lo shock energetico è già pesante per le imprese. Con un conflitto fino all’estate, con i prezzi del gas sopra i 60 euro al megawattora e il petrolio a 110 dollari al barile, il conto in bolletta per le imprese manifatturiere italiane peserebbe per 7 miliardi in più rispetto al 2025. Se, invece, la guerra dovesse proseguire fino alla fine dell’anno, con ulteriori aumenti delle quotazioni, per le imprese il conto potrebbe lievitare fino a 21 miliardi.