Una raccolta firma per arrivare a una proposta di legge che introduca una patrimoniale. Dove la politica non ha mai realmente inciso, ci prova la società civile (insieme alla politica extra-parlamentare) a dare uno scossone sul fronte delle nuove tasse per i grandi patrimoni italiani.
La proposta di una patrimoniale è arrivata in Cassazione. Il testo, spiega il Sole 24 Ore, prevede l’introduzione di un’imposta per i patrimoni superiori ai due milioni di euro. La raccolta firma inizierà il 15 maggio e proseguirà fino al 15 novembre.
Il testo è stato presentato dal comitato “1%equo”, formato da oltre 30 tra economisti, docenti universitari, ricercatori, giornalisti, giuristi ed esponenti della cultura. A presiederlo è Riccardo Staglianò, ma l’adesione è anche politica con il primo firmatario che è Maurizio Acerbo di Rifondazione comunista.
Come funzionerebbe la patrimoniale?
Parliamo di un’imposta annuale progressiva sui grandi patrimoni al di sopra dei due milioni di euro, come previsto dalla proposta di legge di iniziativa popolare. Le aliquote sono variabili, tra l’1% e il 3,5% della quota eccedente la soglia dei due milioni. Inoltre si propone anche un allineamento alla media europea delle aliquote dell’imposta di successione.
Entriamo nel dettaglio. L’aliquota all’1% è rivolta alla quota di patrimonio tra i due e i cinque milioni di euro. Si sale poi a un’aliquota dell’1,7% per un patrimonio tra i cinque e gli otto milioni. Ancora, tra gli otto e i venti milioni si raggiunge il 2,1% e, infine, l’aliquota sarebbe del 3,5% oltre i 20 milioni di euro.
Quanto incasserebbe lo Stato e per fare cosa
La proposta stima un gettito per lo Stato tra i 26 e i 60 miliardi l’anno. Una cifra che varia in base alla platea, considerando che la prima stima del testo parla di una quota variabile di persone interessate tra le 200mila e le 500mila.
Considerando poi la riforma sull’imposta di successione proposta dalla legge di iniziativa popolare, il gettito aggiuntivo viene stimato tra i 5,5 e gli 8 miliardi. L’idea della proposta è che queste risorse non possano essere utilizzate arbitrariamente dallo Stato, ma solamente per finanziare la sanità pubblica, l’istruzione, le politiche abitative, l’ambiente, la sicurezza sul lavoro e anche i sostegni al reddito attraverso una riduzione dell’Irpef.