La definisce “un’opportunità” il ministro per i rapporti con il Parlamento, Luca Ciriani, l’informativa alle Camere che la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, “coglie al volo” per “riferire sull’attività di governo, che non si è mai interrotta, che è continuata con lo stesso impegno e determinazione di prima”.
L’appuntamento da segnare sul calendario è fissato al 9 aprile, anticipato di un giorno per risparmiare ad onorevoli e senatori pendolari il fastidio di doversi trattenere a Roma pure di venerdì. Sparita dai radar, dopo le ospitate fiume pre-referendum e il breve video dal giardino di casa per commentare la sconfitta elettorale, la premier si presenterà in Parlamento dopo il repulisti costato la poltrona al sottosegretario Delmastro, alla ministra Santanchè (entrambi FdI), alla ormai ex capo di gabinetto di Nordio, Bartolozzi, e al capogruppo dei senatori di Forza Italia, Gasparri. Meloni spiegherà che per il governo non è cambiato niente (anche se è cambiato tutto).
Ma evitando di dire che non c’erano alternative. Perché la tentazione di staccare la spina alla legislatura per tornare alle urne, prima che la lieve (per ora) flessione nei consensi dopo la sconfitta referendaria possa degenerare in emorragia (non si sa mai), non è un’opzione. Con il Medio Oriente in fiamme e nel pieno di una crisi energetica, difficilmente il Quirinale scioglierebbe il Parlamento senza tentare tutte le opzioni per dare vita ad un governo di emergenza nazionale.
Meloni condannata a governare, quindi. A tirare a campare, che è sempre meglio di tirare le cuoia, come disse Andreotti. Sempre che a tirare le cuoia non sia l’Italia.