Le indiscrezioni dei giorni scorsi secondo cui, durante l’informativa urgente alle Camere, Giorgia Meloni sarebbe stata più gentile e pacata nei modi e nei toni rispetto al solito – arrivando finanche a lanciare un “ramoscello d’ulivo” alle opposizioni – sono state subito smentite. Ieri la presidente del Consiglio ha suonato il repertorio. Tanto orgoglio, zero autocritica. L’attacco come miglior difesa. Anche sul lavoro. Meloni ha rivendicato un tasso di disoccupazione al minimo storico. Un dato che ai più sembrerà positivo, ma che omette deliberatamente l’altra metà del quadro.
L’ultimo report dell’Istat parla chiaro: in Italia circa 12,6 milioni di persone (di cui 6,2 milioni di età compresa fra i 15 e i 34 anni) sono inattive. Non studiano e non lavorano. Un numero enorme, che contribuisce a mantenere bassa la percentuale dei senza lavoro e a cui finora il governo non ha saputo dare risposte. Ancor più sorprendente è l’enfasi sul presunto livello più basso della disoccupazione giovanile. Se letti per intero, difatti, i numeri raccontano altro: tra febbraio 2025 e febbraio 2026 gli occupati tra i 15 e i 34 anni sono diminuiti di 152mila unità, mentre gli inattivi sono aumentati di 305mila. Un arretramento che rischia di compromettere ulteriormente il futuro di un’intera generazione. Esultare davanti a questi dati è un po’ come ballare mentre il Titanic affonda.
Sul fronte dei salari, poi, la narrazione si fa ancora più distante dalla realtà. Il potere d’acquisto, sostiene la premier, sarebbe in ripresa; eppure, secondo l’ultimo bollettino dell’Ocse, l’Italia è penultima tra i Paesi dell’area per recupero salariale. Solo la Repubblica Ceca fa peggio. Non solo: come rilevato la scorsa settimana dall’Istat, nel 2025 il 10,2% degli occupati tra i 18 e i 64 anni era a rischio di povertà lavorativa. Anche alla luce dei dati diffusi ieri da Enea (gas +70% ed elettricità +100% rispetto al 2022), tali circostanze, purtroppo, non stupiscono. Infine, la rivendicazione di aver “rafforzato i diritti dei lavoratori” suona paradossale. In questi anni abbiamo assistito a tentativi ripetuti di indebolire le tutele, soprattutto per i più fragili.
È emblematico il caso della norma, proposta a più riprese, che avrebbe impedito a chi è sottopagato di recuperare gli arretrati anche dopo una sentenza favorevole del giudice: un intervento respinto solo grazie a una forte opposizione parlamentare e sociale. Insomma, in Italia il lavoro resta distante da una reale prospettiva di dignità: finché si continuerà a raccontare un Paese che non esiste sarà impossibile cambiare le cose.