Lo scenario è già peggiorato. Per il Centro studi di Confindustria l’impatto della guerra può costare tra i 7 e 21 miliardi alle imprese italiane solo a causa dei rincari in bolletta. E lo scenario è già peggiorato anche per il calo della fiducia e per il rialzo dei tassi, come emerge dall’ultima Congiuntura Flash. Neanche la tregua, ritenuta fragile, può bastare, considerando che il prezzo del petrolio resta alto. E, di conseguenza, le imprese rischiano di pagare un costo molto elevato.
Se la guerra dovesse proseguire per tutto il 2026, secondo Confindustria, il petrolio potrebbe raggiungere i 140 dollari medi annui e porterebbe le imprese a pagare 21 miliardi in più rispetto al 2025 per l’energia. Così l’incidenza dei costi energetici rispetto a quelli totali salirebbe dal 4,9% al 7,6%, su livelli giudicati “insostenibili”. Se, invece, la guerra finisse a giugno con il petrolio a 110 dollari medi annui, il costo aggiuntivo per le imprese sarebbe di sette miliardi l’anno.
Gli effetti già si vedono su alcuni dati, a partire dal calo della fiducia delle famiglie che anticipa la frenata dei consumi. Ma anche le attese negative per l’industria e la frenata dei servizi. Le prime conseguenze si sono viste pure sui tassi, che per le imprese italiane sono al 3,33% a febbraio ma saliranno frenando il credito. A reggere sono invece gli investimenti, soprattutto grazie al Pnrr.
Bollette alle stelle per le imprese, ma il governo pensa al carbone
E di fronte a questo scenario, l’unica cosa a cui pensa il governo è se riattivare le centrali a carbone, invece di pensare, per esempio, ad aumentare il ricorso alle rinnovabili. Il ministro dell’Ambiente, Gilberto Pichetto Fratin, avverte: “Se il gas supera i 70 euro al megawattora potrebbe rendersi necessario riattivare” le centrali a carbone. Certo, il tetto fissato è alto, considerando che ora siamo intorno ai 40 euro, ma la soluzione di ripiego è già fissata. “Il carbone resta una soluzione residuale, ma in caso di necessità dobbiamo farci trovare pronti”, spiega il ministro. Che intanto esclude il ritorno al gas russo.
L’altra questione è quella dei carburanti, con il Codacons che denuncia come i ribassi dei prezzi siano stati nettamente inferiori rispetto a quelli delle quotazioni del petrolio. La discesa dei prezzi al distributore è ritenuta insufficiente: rispetto al 9 aprile (quando è iniziato il calo) il gasolio è sceso del 3,7% e la benzina dell’1,9%. Con un risparmio di 4 euro a pieno per il diesel e 1,7 per la benzina. Il problema è che, invece, le quotazioni del petrolio sono scese molto di più, passando da circa 110 dollari al barile (il 7 aprile) agli attuali 95 circa. Ovvero una flessione del 13,6%, molto più alta di quella dei carburanti.