Morire di lavoro, 840mila vittime all’anno nel mondo: i dati dell’Organizzazione internazionale sui rischi psicosociali e la situazione in Italia

l primo rapporto Oil sui rischi psicosociali: 840mila morti l'anno. L'Italia ratifica tutte le convenzioni ma...

Morire di lavoro, 840mila vittime all’anno nel mondo: i dati dell’Organizzazione internazionale sui rischi psicosociali e la situazione in Italia

Ottocentoquarantamila morti all’anno. Vittime silenziose del lavoro, senza infortuni visibili, senza notizie in cronaca: morti per orari che non finiscono mai, per un capo che umilia, per un contratto che scade ogni tre mesi. L’Organizzazione internazionale del lavoro ha pubblicato il suo primo rapporto mondiale sui rischi psicosociali, “L’ambiente di lavoro e gli aspetti psicosociali. Sviluppi globali e percorsi per l’azione”, e il numero che apre il documento è quello: 840.088 decessi ogni anno riconducibili a tensione lavorativa, mobbing, precarietà, orari prolungati oltre le 55 ore settimanali, squilibrio tra sforzo e ricompensa. Malattie cardiovascolari, depressione, suicidio. Il lavoro che ammazza senza lasciare tracce visibili.

Il costo invisibile

Quarantacinque milioni di anni di vita persi ogni anno. Una perdita economica stimata all’1,37 per cento del Pil mondiale. Per la prima volta l’OIL costruisce una contabilità di ciò che il sistema produttivo scarica sui corpi e sulle menti di chi lavora. Il 35 per cento dei lavoratori nel mondo supera le 48 ore settimanali. Il 23 per cento ha subito almeno una forma di violenza o molestia durante la propria vita lavorativa.

Il rapporto introduce il concetto di “ambiente di lavoro psicosociale” come categoria analitica autonoma: non solo i singoli episodi di mobbing, ma l’insieme strutturale di come il lavoro è progettato, organizzato e gestito. I rischi emergono dall’interazione tra questi livelli, e solo interventi su tutti e tre possono ridurli. Il corso di mindfulness aziendale, il servizio di ascolto psicologico in busta paga: misure utili, dice l’OIL, ma insufficienti, capaci di mascherare le cause senza toccarle.

L’Italia e i suoi numeri

L’Italia non fa eccezione. Secondo l’indagine Istat 2022-2023, il 13,5 per cento delle donne lavoratrici tra i 15 e i 70 anni ha subito molestie sessuali sul lavoro nel corso della vita. Tra le under 25 la percentuale sale al 21,2 per cento. L’autore più frequente è un collega maschio, nel 37,3 per cento dei casi. Solo il 2,3 per cento delle vittime si è rivolta alle forze dell’ordine.

I dati Inail sulle aggressioni fisiche confermano la tendenza. Nel 2023 i casi riconosciuti di aggressioni e minacce sono stati 6.813, in aumento dell’8,6 per cento rispetto al 2022. Per le donne la crescita è del 14,6 per cento. Il 61 per cento delle aggressioni proviene da clienti, pazienti, utenti: il sistema sanitario e dei servizi alla persona, dove lavorano per lo più donne con contratti precari e turni oltre ogni soglia.

Ad aprile 2025 l’Inail ha aggiornato la metodologia di valutazione dello stress lavoro-correlato, integrando strumenti per il lavoro da remoto e i contesti ad alta digitalizzazione. Tecnostress, iperconnessione, sfocatura tra tempo lavorativo e tempo privato: la vecchia metodologia del 2017 non li contemplava. L’aggiornamento è un riconoscimento implicito che il perimetro del danno si è allargato.

Quel che gli accordi tacciono

Solo il 18 per cento dei 338 accordi transfrontalieri sul dialogo sociale conclusi tra il 2000 e il 2025 contiene riferimenti espliciti alla salute mentale o ai fattori psicosociali. Lo strumento che dovrebbe tradurre le norme in protezione concreta si occupa di rischi psicosociali in meno di un accordo su cinque.

La Convenzione OIL 190 del 2019 sull’eliminazione della violenza e delle molestie nel mondo del lavoro è stata ratificata dall’Italia nel 2021. Quattro anni dopo, il 62 per cento delle donne italiane che subisce violenza sul lavoro non la denuncia, per paura di perdere il posto. Convenzionare è più semplice che proteggere.

Ottocentoquarantamila morti. Il lavoro che uccide senza fare rumore resta il più facile da ignorare.