Da Stellantis all’ex Ilva, mille lavoratori espulsi e cassa integrazione senza copertura: la crisi infinita dell’industria italiana

Stellantis espelle mille lavoratori, l'ex Ilva ha i fondi per la cassa integrazione solo fino a ottobre. Nessun piano industriale.

Da Stellantis all’ex Ilva, mille lavoratori espulsi e cassa integrazione senza copertura: la crisi infinita dell’industria italiana

Dal 1906 alle Officine Meccaniche di Villar Perosa si producono cuscinetti a sfera. Adesso i 355 dipendenti in organico aspettano che finisca il contratto di solidarietà prorogato fino al 10 marzo 2027: nel frattempo l’impianto è passato di mano tra fondi finanziari finché non l’ha comprato il gruppo siderurgico bresciano Ori Martin. La storia dell’industria italiana, letta da qui, somiglia a un inventario di traslochi verso l’irrilevanza.

L’ultimo “Diario della crisi” pubblicato da Collettiva è un documento di sessanta voci, settore per settore: automotive, industria, chimica, tessile, servizi, alimentari. Ogni voce ha un nome d’azienda, un numero di lavoratori, una data d’inizio degli ammortizzatori e una di fine. Letti in fila, disegnano la mappa di un paese che smette di produrre.

Stellantis: mille uscite e nessun piano

I due simboli sono Stellantis e l’ex Ilva. Stellantis ha annunciato 305 uscite incentivate dallo stabilimento di Atessa (Chieti) e 425 da Melfi (Potenza). In entrambi i casi la Fiom Cgil ha rifiutato di firmare. «È inaccettabile proseguire sulla strada delle uscite senza una chiara prospettiva industriale», ha detto il sindacato per Atessa. Per Melfi: «Queste uscite si sommano a quelle già annunciate a Pomigliano, Mirafiori, Atessa e Termoli, sono più di 1.000 i lavoratori che verranno espulsi». Gli incentivi vanno da 20 mila euro più 12 mensilità per chi ha tra i 35 e i 39 anni a 30 mila euro più 33 mensilità per gli over 55.

Il ministro Adolfo Urso (Fratelli d’Italia), il 24 aprile, ha rivendicato i “primi segnali” del cosiddetto Piano Italia: la produzione nel primo trimestre 2026 è cresciuta del 9,5%, raggiungendo 120.366 unità. La Fiom-Cgil ha definito queste dichiarazioni «completamente slegate dalla realtà»: il Piano del dicembre 2024 prevedeva nuove produzioni a Cassino e la riattivazione della gigafactory di Termoli, nessuno dei due obiettivi si è concretizzato. Lo stabilimento di Cassino ha chiuso il primo trimestre con appena 17 giorni di attività effettiva e poco più di 2.500 vetture prodotte, contro i 19 mila dell’intero 2025.

Ex Ilva: i soldi finiscono a ottobre

L’ex Ilva è peggio. Il 22 aprile, al Ministero del Lavoro, la riunione sulla proroga della cassa integrazione straordinaria per Acciaierie d’Italia si è chiusa senza accordo. La cassa, fino a 4.450 addetti di cui 3.800 a Taranto, decorrerà dal 1° marzo 2026 al 28 febbraio 2027. Solo che gli 11,4 milioni stanziati dal decreto del dicembre 2025 coprono l’integrazione al 70% soltanto fino a ottobre: gli ultimi due mesi del 2026 e i primi due del 2027 restano scoperti. «Ancora una volta è stata esperita la procedura per la proroga della cassa per 4.450 lavoratori senza l’accordo con il sindacato», ha detto Guglielmo Gambardella della Uilm. Sono quattordici anni di ammortizzatori sociali, per gli operai di Taranto. Quattordici anni in cui ogni accordo è un rinvio verso il prossimo.

La Fiom chiede che si costituisca «una società pubblica»: «Se vogliono starci anche i privati, ci stiano», ha detto Loris Scarpa, coordinatore nazionale siderurgia. Urso annuncia investitori americani, del Qatar, sempre «in corso di negoziazione», mai arrivati.

Il segretario confederale Gino Giove della Cgil ha sintetizzato: «Quanto stiamo vivendo è il risultato di trent’anni di progressivo smantellamento di una vera politica industriale». La Confederazione chiede un «piano industriale nazionale» di tre anni. Intanto i bilanci familiari dei lavoratori in cassa integrazione vedono alimentari, energia e trasporti assorbire oltre il 45% delle uscite: nel Mezzogiorno la quota supera il 50%. La Banca d’Italia ha certificato che nel 2026 un recupero salariale capace di compensare l’inflazione è improbabile. A Villar Perosa come a Taranto, il conto non torna.