Il 9 aprile una petroliera di 250 metri, la Rong Lin Wan, scivolava lenta verso il porto di Rotterdam. Era tra le ultime partite dal Golfo Persico prima che lo Stretto di Hormuz chiudesse – smettendo di esistere come rotta praticabile – e la crisi energetica deflagrasse. Quando ha deposto il carico, l’Europa ha cominciato a fare i conti con una domanda: quanto carburante abbiamo? La risposta, secondo Politico che ha ottenuto i verbali di un vertice ministeriale riservato, è che nessuno lo sa.
Crisi energetica: il deserto dell’informazione
La guerra di Stati Uniti e Israele contro l’Iran, iniziata il 28 febbraio 2026, ha chiuso Hormuz, da cui transitava il 20% del greggio mondiale. Il Brent ha superato i 108 dollari al barile, il 50% in più dall’inizio del conflitto. La Commissione europea ha calcolato costi aggiuntivi di circa 500 milioni di euro al giorno, 27 miliardi in due mesi. I prezzi del jet fuel sono saliti dell’84%.
Quello che colpisce nell’inchiesta di Politico non è l’entità della crisi: è la struttura dell’ignoranza che la circonda. Un funzionario senior di un ministero dell’Energia europeo ha spiegato, anonimato richiesto, che “la conoscenza di mercato su gas e petrolio è molto limitata”. Un secondo: sapere cosa i Paesi hanno in stock “in un dato momento” è qualcosa che “non possiamo davvero conoscere”. Alain Mathuren, di FuelsEurope, ha aggiunto che si tratta “purtroppo di informazioni che i membri non condividono”.
Eurostat aggiorna i dati saltuariamente: l’ultimo set completo risale a gennaio 2026. Per il jet fuel è peggio: i dati arrivano quasi esclusivamente da comunicazioni volontarie. Un funzionario della Commissione ha detto a Politico che le informazioni “sono buone quanto quelle che ci vengono fornite”. La Grecia ha chiesto un canale WhatsApp o Signal tra Paesi membri e Commissione. È il livello della governance energetica europea nel 2026.
Il conto dell’Italia
L’Italia è il primo Paese in Europa per dipendenza dal gas, che copre il 35,1% del fabbisogno energetico totale. Il Qatar ha subito un danno grave al suo principale stabilimento nelle fasi iniziali del conflitto in Iran: il 54% del gas qatariota verso l’Europa arrivava qui. Oxford Economics proietta un’inflazione aggiuntiva dell’1,1% per il 2026, la più alta tra i grandi Paesi europei. Confindustria stima costi aggiuntivi per le imprese tra 7 miliardi, se la guerra terminasse a giugno, e 21 miliardi a fine anno.
Le scorte strategiche sono gestite dall’Ocsit, affidate ad Acquirente Unico spa. La norma europea prevede riserve per 90 giorni di prodotti petroliferi, senza obbligo specifico per il jet fuel. Il rifornimento degli aeromobili è gestito dal “into-plane fueling”, dominato da tre operatori: Carboil, Levorato Marcevaggi e Nautilus. A Brindisi, il 7 aprile, un fornitore ha esaurito le scorte. Salvini ha detto alla Camera, il 29 aprile, che le scorte tengono “fino a fine maggio”: l’Agenzia Internazionale dell’Energia stima carenza entro giugno se l’Europa sostituisce solo la metà delle forniture ricevute normalmente.
L’osservatorio di maggio
Il 22 aprile la Commissione europea ha presentato il piano AccelerateEu, annunciando un “Osservatorio sui carburanti” per maggio 2026, che mapperà produzione, importazioni, esportazioni e scorte nell’Unione. Il commissario Apostolos Tzitzikostas ha detto che il lavoro inizierà dai carburanti per aerei. Il modello dichiarato è la statunitense Energy Information Administration: l’Europa la cita come aspirazione nel 2026, mentre le scorte di cherosene si contano a settimane. La portavoce Anna-Kaisa Itkonen ha detto a Politico che è “troppo presto per dichiarare come funzionerà”. Quanto alle regole per obbligare i Paesi a informare Bruxelles in tempo reale, la risposta è: “Troppo presto per dire”.
Sulla Rong Lin Wan che il 9 aprile entrava a Rotterdam c’era l’ultimo cherosene ordinato prima della chiusura. L’osservatorio arriva a maggio. L’estate è a giugno.