Un uomo di 33 anni ieri strappa un manifesto in via Amadeo, zona Città Studi, poco prima di mezzanotte. Una Golf si ferma. Alcune persone scendono. Lo circondano e lo colpiscono con calci, pugni e colpi di casco fino a spaccagli il sopracciglio. Poi risalgono in macchina e ripartono. Fin qui, una spedizione punitiva come se ne vedevano in certi anni che ci siamo raccontati chiusi.
La colpa della vittima
Il giorno dopo, a margine della commemorazione di Sergio Ramelli, Riccardo De Corato (Fratelli d’Italia) spiega l’accaduto: «È stato picchiato perché ha voluto andarsele a prendere. Uno che va a strappare i manifesti di Ramelli già è grave, che lo faccia il giorno in cui è stato ammazzato… non aggiungo altro». De Corato non aggiunge altro, appunto. Ha già detto tutto.
La logica è limpida: strappi un manifesto, ti picchiano, te la sei cercata. Una grammatica che altrove si chiama giustificazionismo; qui circola tranquillamente davanti alle telecamere, senza bisogno di abbassare la voce.
Nel pomeriggio lo stesso deputato fa dietrofront: aveva «erroneamente compreso» che l’aggressione fosse «solamente qualche parola grossa». Aveva capito male.
Alessandro Capelli, segretario metropolitano del Partito democratico, ha definito l’aggressione «un fatto grave e inaccettabile», ricordando che da anni Città Studi viene tappezzata di manifesti firmati «i camerati», con corteo che chiude ogni anno coi saluti romani. Quest’anno c’è stata la novità del pestaggio.
Quando un parlamentare dice che chi viene picchiato se l’è cercata perché ha strappato un manifesto, la soglia è già oltre.