Diciotto anni dentro il Partito Democratico: dalla candidatura di Walter Veltroni nel 2008, quando era capolista nel Lazio 1, ai governi Renzi e Gentiloni come ministro per la Semplificazione. Marianna Madia lascia il Pd. Approda, da indipendente, al gruppo di Italia Viva. Per chi l’ha seguita, era questione di tempo.
Facciamo un passo indietro. L’11 marzo scorso, al Senato, un voto su una risoluzione di politica estera. Sul tavolo c’è anche la mozione di Italia Viva, Azione e Più Europa, che impegna il governo a rafforzare il sostegno all’Ucraina senza escludere la cessione di mezzi e basi militari ai partner del Golfo. Madia non firma la risoluzione dem. Firma quella del Terzo Polo, accanto a Pier Ferdinando Casini. Spiega: «Condivido tutto il testo, in vista del Consiglio Ue e di tutto ciò che sta accadendo nel mondo». Poche settimane prima era alla Leopolda di Matteo Renzi, accolta con calore fuori protocollo. Il segnale era già lì, ma nel Pd ci si era abituati a leggerlo come pressione interna. Il disagio ha un nome: il Movimento 5 Stelle. Madia lo ha detto senza circonlocuzioni: con il M5s esiste «una incompatibilità di cultura politica». Una posizione che equivale a contestare l’impianto stesso del “campo largo” di Elly Schlein.
Chi sta dentro e lavora contro
Madia non è sola. L’area che i giornali chiamano “riformista” si è data un logo, un account social e un nome: “I riformisti”. Lorenzo Guerini (Pd), presidente del Copasir, ne è il punto di riferimento. Giorgio Gori (Pd), europarlamentare ed ex sindaco di Bergamo, co-organizza gli eventi. Attorno a loro: Graziano Delrio (Pd), Pina Picierno (Pd), Lia Quartapelle (Pd), Sandra Zampa (Pd), Filippo Sensi (Pd), Simona Malpezzi (Pd). Da ottobre 2025 compaiono insieme a Milano, Prato, Modena, Roma. Il filo è invariato: il Pd ha sterzato verso posizioni incompatibili con una vocazione di governo, l’alleanza con M5s e Avs è tattica non politica, sulla difesa europea la linea è “ambigua”.
Alla direzione del 6 febbraio 2026, la prima in lungo tempo a non finire all’unanimità, la relazione di Schlein ha raccolto 162 voti e 11 astenuti. Prima di Madia aveva già lasciato Elisabetta Gualmini, europarlamentare, passata ad Azione, denunciando la mancanza di «agibilità politica»: stop alle presenze televisive, marginalizzazione in aula. Il ddl sull’antisemitismo di Delrio, che recepiva la definizione dell’International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA), ha reso il fossato visibile: la dirigenza ha preso le distanze dal proprio senatore. Quartapelle ha risposto: «Se chi ha il ruolo di fare sintesi risponde come un caporale di caserma, con un abuso di autorità». Sul referendum sulla separazione delle carriere del 22 e 23 marzo 2026, il Pd ha indicato il No; parte dei riformisti ha votato Sì.
La porta che si chiude
Guerini, Delrio, Gori, Quartapelle, Picierno, Sensi, Zampa, Malpezzi restano dentro, puntando al congresso di fine 2026. La loro permanenza non segnala una tregua: segnala un conflitto entrato in una fase più lunga, in cui ogni addio alleggerisce la pattuglia senza risolvere la questione di fondo.
Il tempo stringe. Le politiche sono previste nel 2027, Schlein costruirà le liste a propria immagine, riservando ai riformisti lo spazio “minimo indispensabile”. La legge elettorale in discussione, con liste bloccate su base proporzionale, elimina l’unica leva di autonomia per i parlamentari con radicamento locale.
Madia ha scelto di uscire prima che la porta si chiuda. Gli altri ragionano su quando farlo, o su come non doverlo fare. Dentro un partito in cui la minoranza descrive da mesi “aria irrespirabile”, l’alternativa all’uscita è diventare irrilevante. E l’irrilevanza, per chi è stato ministro della Repubblica, costa più di un cambio di casacca.