Crescita a rischio e inflazione in rialzo, con il timore di scenari estremi che ricordano da vicino quanto successo nel 2022-2023. Se la Bce vede nero sul futuro dell’eurozona a causa della guerra in Medio Oriente, c’è chi invece stima già gli effetti sul presente e, in particolare, quelli sulle navi ferme nel Golfo. Partiamo dalla Bce: nel giorno in cui emerge la possibilità di due tagli dei tassi nel 2026, l’anticipazione del bollettino economico evidenzia il rischio che uno shock simultaneo nei termini di scambio e nell’incertezza per le famiglie potrebbe creare rischi “significativi per la crescita e l’inflazione”.
Soprattutto se si ripetesse quanto avvenuto con la guerra in Ucraina su questi due fronti, con la possibilità di uno shock energetico come quello del 2022-2023. D’altronde, scrive la Bce, “il peggioramento dei termini di scambio erode il reddito reale, poiché i prezzi dell’energia importata salgono mentre i salari nominali si adattano lentamente, pesando sui consumi”. Una situazione che porta l’inflazione a crescere dello 0,4% quasi esclusivamente per la componente energetica, mentre la crescita si ridurrà ancora nel 2027 e intanto l’incertezza tra i consumatori riduce la domanda delle famiglie, con il rischio di tre decimi di punti di Pil tagliati nel 2027.
A Hormuz non si passa: merci bloccate per 23,7 miliardi di dollari
Ci sono poi gli effetti già conclamati, stimati nel report di Assoporti e Srm, centro studi che fa capo al gruppo Intesa Sanpaolo: attualmente sono quasi mille le navi ferme nel Golfo, per un valore stimato di 23,7 miliardi di dollari di merci trasportate. Lo Stretto di Hormuz movimenta il 37% del petrolio mondiale via mare e il 28% del gpl globale: con le tensioni nell’area il calo dei transiti giornalieri ha raggiunto l’89%. Con inevitabili conseguenze globali, che si riflettono nelle previsioni della Bce.