Innovazione, intelligenza artificiale e produttività. Tre aspetti strettamente legati tra loro e che stanno già rivoluzionando il mondo del lavoro e soprattutto quello dei lavoratori. Se, infatti, la produttività non è cresciuta in Italia (solo +0,2% tra il 2002 e il 2024) la colpa è da ricercare nella limitata innovazione delle imprese, nella loro ridotta dimensione e nel mancato aggiornamento delle competenze dei lavoratori attraverso la formazione. È l’Eurispes a spiegare perché il futuro potrebbe essere completamente diverso per il mondo del lavoro, di fronte a un mondo che sta cambiando e si approccia sempre più all’intelligenza artificiale. Soprattutto per non rimanere impantanati in una produttività che non cresce e che di certo non aiuta a far salire i salari, tanto che quello medio in Italia è sceso del 6,7% tra il 2007 e il 2023.
UN NUOVO MONDO
L’evoluzione è già in atto e, come spiega il rapporto sulle competenze dei lavoratori in Italia, lo sviluppo tecnologico e l’automazione stanno modificando completamente le competenze richieste ai lavoratori. Richiamando le stime del World Economic Forum, il rapporto ricorda che entro il 2030 oltre il 59% della forza lavoro globale dovrà affrontare processi di reskilling per essere ancora competitiva. Il rischio è che il cosiddetto digital skills gap possa ulteriormente ampliare le disuguaglianze occupazionali, lasciando scoperte numerose posizioni ritenute ad alta specializzazione. C’è poi un altro dato richiamato, quello secondo cui il 50% dei lavoratori dovrà riqualificarsi entro il 2027 a causa dell’automazione e del progresso tecnologico. Non è un caso che sia già in netta crescita la domanda di figure specializzate in cloud computing, analisi dei dati, cybersicurezza e intelligenza artificiale.
GAP DA COLMARE
In Italia, però, c’è ancora molto da fare, come sul fronte della digitalizzazione: in questo campo le imprese italiane restano indietro rispetto alla media europea, soprattutto sul fronte dell’analisi dei dati e dell’intelligenza artificiale. Nel 2024, spiega il rapporto, soltanto l’8,2% delle imprese italiane dichiara di utilizzare almeno una tecnologia basata sull’intelligenza artificiale, contro il 13,5% della media Ue. Un dato che scende al 7,7% tra le piccole e medie imprese. Non va molto meglio con l’analisi dei dati: nel 2023 era soltanto il 26,6% la quota delle imprese italiane che utilizzava strumenti per raccogliere ed elaborare i dati, contro il 33,2% della media europea. C’è poi un altro ritardo, quello delle competenze digitali dei lavoratori: nel 2023 solo il 45,8% della popolazione tra i 16 e i 74 anni possiede competenze digitali di base in Italia, contro il 55,6% di media in Ue. Soltanto il 22,2% della popolazione ha invece competenze digitali superiori a quelle di base, anche in questo caso al di sotto della media Ue (27,3%). Inoltre le competenze digitali di base non migliorano, considerando che tra il 2021 e il 2023 l’aumento è stato soltanto dello 0,1%, peraltro con un calo dello 0,3% per le competenze superiori a quelle base.
NUOVI PROFILI
I cambiamenti tecnologici in atto stanno già rivoluzionando il mondo del lavoro, come sottolinea ancora Eurispes. Tanto che la domanda di lavoro si sta già spostando verso profili ad alta qualificazione: uno scenario che può rappresentare un problema di fronte a un ritardo nelle competenze digitali come quello dimostrato dalla popolazione italiana. Il rischio, insomma, è quello di un “mismatch tra domanda e offerta”.
CONTROMISURE
Secondo Eurispes, quindi, lo Stato dovrebbe intervenire dando priorità ad alcune misure per affrontare il cambiamento: dal potenziamento delle politiche attive e dei centri per l’impiego agli investimenti strutturali nella formazione, dagli incentivi per l’occupazione femminile e giovanile alla riforma degli ammortizzatori sociali. Secondo lo studio, il mercato del lavoro italiano “si trova ad affrontare il rischio di una polarizzazione crescente: da un lato professioni altamente qualificate e ben retribuite, dall’altro lavori a bassa qualificazione e scarsamente pagati”. Un problema tanto maggiore se si pensa che in Italia (stime Ocse), circa il 15% dei posti di lavoro è ritenuto ad alto rischio di automazione e un ulteriore 35% subirà cambiamenti significativi nelle mansioni.