Carlo Calenda (Azione), su X, replica a Roberto Vannacci (Futuro Nazionale) e prescrive la terapia: serve “un’agenda pragmatica e di buon senso”. Lo scrive l’uomo che a Vannacci oppone il centro, che del populismo ha fatto il bersaglio fisso. E lì, in due parole, compie la mossa populista per eccellenza.
Badate bene, chi giustifica una scelta col buon senso dichiara chiusa l’istruttoria prima di aprirla: la risposta è ovvia a chiunque ragioni, dicono, e quindi la prova diventa un lusso per pignoli. Così una questione politica, fatta di valori in conflitto e interessi che si escludono, scivola sul piano dell’evidenza naturale. Di fatto una preferenza di parte si traveste da come stanno le cose, e chi dissente è subito marchiato: ideologizzato, in malafede. Il dissenso da posizione legittima diventa un vero e proprio difetto del carattere.
Il politologo Jan-Werner Müller, in “Cos’è il populismo?” (Bocconi, 2016), individua nel rifiuto del pluralismo la firma del populista: la pretesa di una rappresentanza morale esclusiva del “popolo vero”, la negazione di ogni opposizione legittima. Il buon senso recita lo stesso copione. Chiama in scena “la gente”, il cittadino comune, una figura le cui opinioni coincidono per miracolo con quelle di chi parla, e che nessuno ha mai contato. Anzi, Müller annota la beffa che ci interessa: la categoria di populismo serve ai leader centristi per accreditarsi moderati presso gli elettori, salvo che il populismo “vanifica ogni pretesa di moderazione”. Chi brandisce il buon senso contro i populisti quindi impugna l’arma dei populisti. Con buona pace del feticcio della “competenza”.
Gramsci, rovesciato
E qui la tesi diventa difficile da scalfire, perché chiama in causa l’autore che quella parola l’ha pesata meglio di tutti. Antonio Gramsci, nel Quaderno 11 dei “Quaderni del carcere”, separa due cose che la politica confonde apposta. Il senso comune è il deposito disordinato, incoerente, spesso fossile, assorbito passivamente da ogni epoca. Il buon senso è altro: “Il nucleo sano del senso comune, ciò che appunto potrebbe chiamarsi buon senso e che merita di essere sviluppato e reso unitario e coerente”. Per Gramsci il buon senso è un punto di arrivo, frutto di lavoro critico, un esito da costruire. La politica nostrana invece lo tratta da istinto bell’e pronto da invocare.
Anzi, esegue l’operazione inversa. Prende il senso comune, cioè il sedimento dell’ideologia dominante, lo congela e lo ribattezza buon senso. Vende la stratificazione del potere come saggezza spontanea del popolo. Del resto è comodo: usa la parola di Gramsci per fare il contrario del progetto di Gramsci, e si tiene pure la patente di antipopulista.
Descartes, tradito
La seconda gamba della formula poggia su un equivoco più antico. René Descartes, nel “Discorso sul metodo” (1637), apre con la riga più citata e meno letta della filosofia: “Le bon sens est la chose du monde la mieux partagée”, il buon senso è la cosa meglio distribuita al mondo. Solo che poche righe dopo Descartes ribalta la lusinga: “ce n’est pas assez d’avoir l’esprit bon, mais le principal est de l’appliquer bien”, una mente buona basta poco, conta applicarla con metodo. Senza metodo, ognuno sbaglia per la propria strada.
L’attuale politica del buon senso tiene la prima riga e butta la seconda. Conserva l’adulazione dell’universale, l’idea che la ragione sia di tutti, e getta via la fatica: il metodo, la verifica, le prove. È anti-tecnico per costruzione, perché il suo fascino sta nel mettere l’intuizione del cittadino sopra il sapere degli esperti, i “professoroni”, gli istituti. Costa nulla a chi ascolta perché gli dice che sa già. Vende la dignità dell’uomo comune al prezzo del suo spirito critico.
Chi lo usa di più sta al governo
Conta allora chi maneggia la formula. Matteo Renzi (Italia Viva), al Tg1 nel luglio 2022, evoca «un polo del buon senso è quello che serve all’Italia». Giuseppe Benedetto, presidente della Fondazione Einaudi, a giugno 2026 chiede per l’aggregazione centrista “un bagno di buon senso”, mentre 33 sigle (Quotidiano Nazionale) si contendono lo stesso fazzoletto di voti.
Ma è al governo che la parola lavora a tempo pieno. Torniamo indietro, al 10 ottobre 2023, Consiglio dei ministri: Giorgia Meloni (Fratelli d’Italia) annuncia di sostituire la protezione speciale con «una norma di buon senso». Avanti veloce al 6 gennaio 2026, e il sito del governo rivendica “la linea di buon senso a sostegno dell’agricoltura europea”. Ancora lei, 21 aprile 2026: il decreto sicurezza finisce nel mirino del Quirinale, Mattarella trasmette i suoi rilievi, e la premier liquida tutto al Salone del Mobile come «di assoluto buon senso». Con solo tre anni di pratica, la destra di governo ha imparato a chiamare buon senso ciò che il Colle chiama problema di legittimità.
Un’obiezione regge, e va detta per onestà: a volte l’intuizione comune ha ragione e gli esperti sbagliano, liquidarla è a sua volta elitismo. Vero. Solo che il discrimine è uno: il buon senso offerto come ipotesi da controllare sui fatti apre l’indagine, il buon senso brandito come verdetto la chiude. La prima è la curiosità di Descartes, la seconda è la mossa di Müller. E la politica del buon senso sceglie sempre il verdetto.
Perché l’ovvio, in politica, è quasi sempre il nome che il potere dà alle proprie preferenze. Quando un ministro archivia un dossier dicendo che è “solo buon senso”, dichiara vinta una discussione che si è rifiutato di aprire, e lo fa col tono di chi ti spiega che l’acqua bagna. È il modo più educato, così il più efficace, di dire al cittadino di smettere di pensare, ci pensano loro. Lo ripete, ogni volta, chi giura di combattere il populismo. E, purtroppo, funziona, perché è così buono e facile, il buon senso.