Centocinquantamila euro. Tanto è costata, secondo l’accusa, la morte di Daphne Caruana Galizia: 30.000 in anticipo, 120.000 a cose fatte. Il 1 luglio 2026, alla Corte criminale di Valletta, Yorgen Fenech si è dichiarato non colpevole. Sono passati nove anni dall’esplosione che uccise la giornalista, e l’uomo accusato di averla ordinata entra in aula per la prima volta. Fino al giorno prima non era certo che il processo si aprisse: la Corte costituzionale, il 25 giugno, ha respinto la sua richiesta di sospenderlo.
Fenech, 44 anni, erede del Tumas Group, risponde di complicità in omicidio volontario e associazione a delinquere. La procura chiede l’ergastolo per il primo capo, da venti a trent’anni per il secondo. La ricostruzione dei pubblici ministeri è quella già letta nell’atto d’accusa: nell’aprile del 2017 Fenech avrebbe incaricato Melvin Theuma, tassista e allibratore, di trovare qualcuno disposto a uccidere. Il piano slittò per le elezioni anticipate di giugno, poi riprese a governo confermato. Theuma ha ottenuto la grazia in cambio della testimonianza, e da allora vive sotto protezione. La bomba stava dentro una scatola da scarpe, sotto il sedile dell’auto, azionata a distanza mentre lei guidava lontano da casa, nel villaggio di Bidnija. Era il 16 ottobre 2017. Aveva 53 anni.
Cinque condanne, un imputato
Prima di Fenech, la giustizia maltese ha già chiuso cinque conti. I fratelli George e Alfred Degiorgio scontano 40 anni per aver piazzato e fatto detonare l’ordigno. Vincent Muscat, che ha confessato e accusato gli altri, ne ha avuti 15 con grazia presidenziale. Robert Agius e Jamie Vella, che fornirono la bomba, hanno preso l’ergastolo nel giugno 2025, senza libertà anticipata. Restava lui, l’ultimo, quello che l’accusa indica come il mandante. Arrestato il 20 novembre 2019mentre tentava di lasciare l’isola in yacht, Fenech è tornato libero su cauzione nel febbraio 2025: 80.000 euro più una garanzia da 120.000, la cifra più alta mai fissata a Malta. Intanto la giornalista indagava sui suoi affari. La società di Dubai 17 Black, di cui Fenech risultò proprietario, era il cliente-obiettivo delle strutture panamensi aperte da due fedelissimi del governo, Konrad Mizzi e Keith Schembri, e si legava alla centrale elettrica di Electrogas. L’accusa sostiene che volesse fermare un articolo su di lui prossimo all’uscita.
Lo Stato che guardava altrove
Quello che il processo non giudica lo aveva già scritto un’inchiesta pubblica. Il 29 luglio 2021, un collegio di tre ex giudici consegnò un rapporto di 437 pagine: lo Stato “deve assumersi la responsabilità” della morte, perché aveva costruito “un’atmosfera di impunità” a partire dagli uffici del primo ministro. Quel primo ministro, Joseph Muscat, si dimise, travolto dallo scandalo. Al momento in cui saltò in aria, Caruana Galizia affrontava 48 cause per diffamazione, le SLAPP con cui i potenti prosciugano chi scrive: 47 le ha ereditate la famiglia. Era la giornalista più querelata d’Europa. Da quella vicenda l’Unione europea ha ricavato nel 2024 una direttiva anti-SLAPP che qualcuno chiama legge Daphne, standard minimi di difesa per i 27 Stati. Così un nome maltese è diventato una norma continentale, mentre il mandante restava a piede libero.
La giuria, nove membri e sei riserve scelti in cinque ore, resterà chiusa in albergo per l’intera durata del processo, senza telefoni né computer. Ascolterà nelle prossime settimane le registrazioni che Theuma dice di aver fatto di nascosto, quelle su cui la difesa promette battaglia. Reporters Without Borders, presente in aula, parla di una speranza di giustizia che si riaccende. Per nove anni la macchina che l’aveva isolata ha continuato a funzionare, tribunali compresi. Adesso tocca a chi, secondo l’accusa, ha pagato perché quella voce si spegnesse. Con nove anni di ritardo.