Promesse di distrazione di massa: il governo è già in campagna elettorale

Promesse e mezzi di distrazione di massa. Il governo è entrato in campagna elettorale. La riforma del voto distrae dai problemici economici

Promesse di distrazione di massa: il governo è già in campagna elettorale

Giorgia Meloni entra in campagna elettorale con la promessa comoda: qualche euro in più in busta paga, rinviando il conto pesante alla prossima manovra. Dal congresso della Uil la premier ha annunciato l’intenzione di confermare la detassazione degli aumenti legati ai rinnovi contrattuali. Una misura che il governo presenta come svolta per i salari, ma che somiglia a una mossa obbligata nell’anno che porta alle urne: togliere lo sconto fiscale da gennaio significherebbe far perdere soldi a milioni di lavoratori mentre la maggioranza prova a raccontare un Paese in ripresa. La promessa non cancella la sproporzione.

Promesse e mezzi di distrazione di massa. Il governo è entrato in campagna elettorale

La detassazione al 5% degli incrementi retributivi dei contratti privati costa circa 420 milioni, riguarda redditi fino a 33mila euro e per la Cgil vale in media poco più di cento euro l’anno per lavoratore. Una manciata di briciole, non una politica salariale. Utile ai sindacati come leva nei rinnovi, utile a Meloni come fotografia da campagna elettorale, ma insufficiente a nascondere il vero nodo: nella prossima legge di Bilancio rischia di pesare l’ipoteca del riarmo. Il conto lo ha messo in fila il M5S.

L’ipoteca del riarmo

Se Guido Crosetto recupererà nel 2027 lo 0,15% del Pil non stanziato quest’anno e lo sommerà all’aumento già previsto, l’incremento arriverebbe allo 0,3% del Pil: circa 7 miliardi in più per la Difesa. E qui cade la narrazione della premier amica delle buste paga. Da una parte si promettono poche centinaia di milioni per alleggerire gli aumenti contrattuali; dall’altra si prepara una manovra con miliardi aggiuntivi destinati alle spese militari, mentre il governo tiene sospeso il dossier Safe per non intestarsi nuovo debito per le armi. È la stessa ambiguità già vista sul riarmo: Meloni rassicura la Nato, lascia che Tajani ribadisca gli obiettivi sulle spese militari, ma in casa evita di spiegare dove troverà le risorse e chi pagherà.

Il Safe resta congelato perché l’attivazione della clausola nazionale di salvaguardia dovrebbe passare dal Parlamento, ma nella maggioranza quello scenario viene considerato improbabile. Così il governo evita la decisione impopolare, senza però rinunciare agli impegni presi con gli alleati.

Mezzi di distrazione di massa: la riforma elettorale

Intanto la macchina della distrazione gira. La legge elettorale torna nel dibattito come se fosse l’urgenza del Paese. In realtà è il terreno su cui la destra prova a blindare il potere e a spostare l’attenzione dai dossier economici. Ma anche lì il giocattolo si inceppa: l’esame alla Camera slitta, gli alleati si dividono sulle preferenze, Lega e Forza Italia frenano sulle soluzioni proposte da FdI e la riforma si arena tra veti incrociati e paura dell’effetto Vannacci. La campagna elettorale permanente serve anche a coprire i dati che non tornano.

I nodi economici del Paese

Giovedì l’Istat ha certificato che a maggio gli occupati sono diminuiti di 22mila unità e che il tasso di occupazione è sceso al 63,0%. Il giorno prima lo stesso istituto aveva registrato una pressione fiscale al 37,6% nel primo trimestre, in aumento rispetto all’anno precedente. Altro che governo che abbassa le tasse e moltiplica il lavoro: dietro gli slogan ci sono meno occupati, più inattivi e un fisco che continua a pesare. Per questo l’annuncio alla Uil va letto per quello che è: una toppa elettorale, non una strategia. Meloni promette di confermare una misura che non poteva permettersi di cancellare, mentre rinvia le scelte vere.

Non dice come finanzierà il riarmo, non chiarisce se userà il Safe, non spiega come terrà insieme taglio delle tasse, promesse sui salari, vincoli di bilancio e obiettivo Nato. Preferisce agitare la legge elettorale. La manovra non si farà con gli slogan. In autunno il governo dovrà scegliere se mettere risorse su salari, sanità e servizi o se rispettare la cambiale del riarmo. Per ora Meloni vuole fare entrambe le cose: promettere soldi ai lavoratori e preparare miliardi per la Difesa. Non è politica economica. È propaganda preventiva, con il conto rinviato a dopo il voto.