C’è qualcosa di più inquietante della provocazione in sé: è la sua normalizzazione. L’ultimo attacco rivolto da Donald Trump alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni – rappresentata in una immagine ossequiosa verso il leder che ora la deride con la scritta «Serve un ordine restrittivo» – non è soltanto un gesto di cattivo gusto. È il segno di un mutamento più profondo nel linguaggio del potere, dove la concezione autoritaria di un leader tende sempre più a scivolare nella dimensione della derisione e dello scontro personalizzato. Non siamo di fronte a un incidente comunicativo, ma a un metodo ormai chiaro di politica spettacolarizzata, in cui la forza non si misura nella capacità di costruire consenso o mediazione, ma nella produzione continua di tensione.
L’interlocutore non è più un soggetto istituzionale, ma un bersaglio. E in questo passaggio si consuma un indebolimento silenzioso delle regole non scritte della convivenza internazionale. La scelta del governo italiano di non rispondere alla provocazione appare non solo prudente, ma quasi necessaria. Non per debolezza, ma per sottrazione: sottrarsi alla logica dell’insulto permanente significa rifiutare il terreno su cui la politica si riduce davvero a miseria umana. La politica estera delle Istituzioni, se vuole restare tale, non può trasformarsi in un circuito di risposte simmetriche all’oltraggio e alla provocazione. È una lezione che riporta anche a un principio più generale, richiamato – con l’esempio personale – da Papa Leone XIV: il dialogo, anche quando è fermo e deciso, non può trasformarsi nell’imitazione dei comportamenti di chi semina divisione e aggressività. La dignità delle proprie posizioni e delle istituzioni si misura anche nella capacità di non abbassarsi al livello di chi offende. La fermezza non coincide con la rissa; autorevolezza significa conservare lucidità quando l’interlocutore sembra averla smarrita. Del resto, Giorgia Meloni non è la prima leader europea a essere presa di mira da Trump.
Negli ultimi mesi altri capi di governo hanno conosciuto analoghi attacchi personali. Questo non rende meno grave quanto accaduto, ma ricorda che il problema supera il rapporto bilaterale tra Roma e Washington e investe il modo stesso con cui vengono concepite le relazioni tra alleati, e ancora una volta quanto sia necessario recuperare un principio della Carta delle Nazioni Unite: i rapporti internazionali devono fondarsi sul rispetto reciproco e sul principio di “eguaglianza sovrana” degli Stati. Non è una formula rituale, ma un argine contro la deriva delle relazioni internazionali. Dove prevale la logica dell’umiliazione, quel principio si indebolisce. Per questo l’illusione di una politica estera fondata su relazioni privilegiate e personali appare sempre più fragile. L’idea che basti una sintonia tra leader per garantire stabilità strategica è stata smentita dai fatti: la politica internazionale non è mai una somma di relazioni private, ma un campo instabile attraversato da interessi, istituzioni e conflitti.
Da qui allora va rilanciata la centralità della questione europea, che non è uno slogan ma una necessità strutturale. Se l’Europa non riesce a parlare con una voce più coerente, l’Italia resterà esposta alla volatilità delle dinamiche globali, oscillando tra lealtà atlantica e vulnerabilità politica. Gli Stati Uniti restano un alleato importante, soprattutto di fronte a potenze autoritarie, egemoniche e revisioniste che alimentano scenari di crescente instabilità; ma proprio per questo il rapporto non può ridursi a un allineamento automatico, né a una dipendenza politica. L’interesse nazionale non coincide con la rinuncia alla propria autonomia: non si può cedere a scelte politiche non condivise che contraddicono diritto internazionale, la pacifica convivenza o anche solo principi di buon senso che impongono di non intraprendere guerre fallimentari. Il caso dell’ Iran è eloquente, ed è stato un bene che stavolta il richiamo alla Costituzione abbia orientato l’Italia a non farsi coinvolgere nel conflitto. Sul punto, anzi, dopo le dichiarazioni del Segretario Generale della Nato sarebbe ancora il caso di fare completa chiarezza. Delle due l’una: o dagli organi di comando delle basi Nato /Usa in Italia sono partite, a suo tempo, informazioni non corrette, generiche o evasive, che non hanno consentito una compiuta valutazione sulla reale destinazione dei voli oppure se davvero ci fosse stata la consapevolezza – o anche il solo dubbio – che quei voli avrebbero dato un qualsiasi sostegno, anche tecnico o logistico, agli attacchi all’Iran è bene ora che si espletino le necessarie verifiche. Le stesse dichiarazioni ufficiali del Ministero della Difesa in cui si fa riferimento ad autorizzazioni sull’utilizzo delle Basi Usa/Nato per attività «esclusivamente di natura tecnica e logistica, non cinetiche», escludendo dunque attività offensive, invitano a una riflessione.
Occorre distinguere tra la qualificazione materiale dell’attività autorizzata e la sua funzione nell’ambito dell’operazione militare complessiva. Anche attività apparentemente non cinetiche – quali il rifornimento in volo di velivoli destinati a missioni offensive o il supporto per la copertura radar, o altri servizi logistici– possono assumere rilievo giuridico qualora risultino funzionalmente inserite in un’operazione offensiva. Le discussioni sulle basi e sulle infrastrutture militari non riguardano solo aspetti tecnici, ma toccano il cuore del problema contemporaneo: fino a che punto una democrazia è consapevole della propria partecipazione alle catene operative della guerra? È una domanda che non può essere elusa con formule generiche, perché chiama in causa trasparenza, responsabilità e controllo politico. Per questo, al di là delle polemiche contingenti, è necessario un vero e proprio “reset” interpretativo che definisca con precisione limiti, procedure decisionali e responsabilità nell’autorizzazione di qualsiasi attività che possa concorrere, direttamente o indirettamente, ad operazioni militari offensive.
Per questo, anche le conclusioni su cui si arriverà con il vertice NATO di Ankara andranno lette in una prospettiva più ampia. Il dibattito sulle spese militari rischia di scivolare in una contabilità della sicurezza che perde di vista il punto essenziale: un’alleanza non è un bilancio, è un sistema politico fondato sulla fiducia reciproca e sulla condivisione di valori obiettivi. Certo, la guerra in Ucraina continua a ricordare che la deterrenza non è un concetto astratto, ma una condizione concreta della sicurezza europea. Al tempo stesso, però, la prospettiva di una pace giusta non può essere rimossa dall’agenda internazionale. Difesa e diplomazia non sono termini alternativi: la prima serve a impedire che prevalga la legge della forza, la seconda deve continuare a lavorare perché si aprano spazi negoziali senza altre esitazioni.
La politica internazionale attraversa una stagione di drammatica instabilità. Proprio per questo servono misura, responsabilità e capacità di distinguere ciò che è spettacolo da ciò che incide davvero sulla vita dei popoli. Viviamo in un tempo in cui la provocazione è diventata linguaggio ordinario del potere. Ma le provocazioni passano, consumate in fretta dal ciclo mediatico. Le scelte, invece, restano. Ed è su queste che si misura la statura di Istituzioni serie di una nazione: sulla capacità di non rispondere all’insulto con l’istinto, ma con una visione. Quella di avere a cuore un solo fine: il bene dei popoli che rappresentano, di quell’umanità che da tempo reclama sicurezza e pacifica convivenza.