Federica Sciarelli è un’icona del giornalismo italiano: 22 anni di “Chi l’ha visto?” non hanno fatto solo luce su sparizioni, crimini, delitti incisi nell’immaginario collettivo, ma hanno rivelato anche una professionista immolata alla causa della verità e della giustizia in un modo che oltrepassa la retorica e diventa personale.
Lei, che si è sempre destreggiata tra gli equilibrismi della politica come inviata del TG3 di Sandro Curzi in Parlamento, o che insieme a Michele Santoro ha lavorato affinché “Samarcanda” non fosse solo un nome dagli echi utopistici, ma uno spazio reale di approfondimento giornalistico dove costruire responsabilità civile, ci ha insegnato che si può essere “star” senza gli abbellimenti della mistificazione, ma semplicemente facendo il proprio lavoro.
Ora che quel lavoro per una delle trasmissioni più leggendarie e longeve della televisione italiana è terminato, ed è terminato per suo volere, sarebbe normale che ogni singolo spettatore che ha amato, studiato e citato la Sciarelli si chiedesse come può proseguire quella che per la diretta interessata è stata una “bellissima passeggiata”.
Quando nacque, nel 1989, “Chi l’ha visto?” fece subito la storia della tv per quella sua indole identitaria rivolta alla ricerca di persone scomparse; era la costola di una rubrica televisiva ideata da Enzo Tortora dentro il suo “Portobello” e ci sono voluti anni di consolidamento prima che Sciarelli potesse rivoluzionarlo in un modo che, dopo quasi un quarto di secolo, appare ancora contemporaneo.
Le persone scomparse rimasero al centro della narrazione giornalistica, ma entrò anche la cronaca nera e giudiziaria, scoperchiando il vaso dei “cold case” italiani e diventando di fatto apparato investigativo televisivo, capace di corroborare o smentire piste, verificare alibi e maneggiare lo scoop con etica e presenza.
Sciarelli ha incarnato la vocazione sociale di Rai3 esaltando l’utilità del servizio pubblico, inanellando successi giornalistici che appartengono di diritto alla trasmissione, ma che per fama non possono non essere anche personalizzanti, nonostante il suo lavoro di sottrazione e il rigore sacrale.
E soprattutto ci ha insegnato a disperdere la retorica dell’insulto, quello vigliacco che arriva sui social senza volto né nome, con una atonalità ieratica che impone un’importanza a chi ce l’ha e a chi no.
E siamo sicuri che questo sia solo un arrivederci.