La seconda carica dello Stato ha passato il pomeriggio di domenica a pronosticare chi abiterà il Quirinale nel 2036, e ha chiamato tutto questo parlare un semplice «augurio». Ignazio La Russa, dal palco della rassegna “L’Estate del Principe” a Viareggio, ha detto che Giorgia Meloni diventerà presidente della Repubblica «non questa volta ma la prossima». Il secondo mandato di Sergio Mattarella scade il 3 febbraio 2029, la volta dopo cade sette anni più in là. Aritmetica di comodo, perché a muoversi è il 2029.
La Russa lancia Meloni al Quirinale
Lo schema ha due tempi. Il primo scarica il presente: la premier resta a Palazzo Chigi, il Colle adesso nessuno lo tocca, «non c’è nessuna ragione che possa suonare come allarme». Il secondo lascia l’ipotesi a stagionare, col timbro di chi presiede il ramo di Parlamento che eleggerà quel presidente. Da parte sua il presidente del Senato si è chiamato fuori: la presidenza «non è una cosa che io potrei reggere». Toglie di mezzo il nome più divisivo del centrodestra e si intesta la parte del garante. Un investimento, altro che rinuncia.
La sequenza ha meno di un mese. A fine giugno, ospite di Nicola Porro su Rete 4, Meloni ha detto che si può superare «un altro grande tabù, un presidente della Repubblica non di centrosinistra». Il 2 luglio, su Radio Cusano Campus, Roberto Vannacci ha raccolto al volo: «Meloni al Quirinale? Perché no, è una persona capace», purché riveda le preferenze e l’agenda Draghi. Il generale detta le condizioni, il presidente del Senato firma la cambiale.
La legge che sceglie i grandi elettori
Un punto è chiaro ed è aritmetico: la partita del Colle passa dalla legge elettorale. Il testo licenziato dalla Camera, lo Stabilicum, dà un premio di 70 seggi a Montecitorio e 35 a Palazzo Madama alla coalizione sopra il 42%. Chi scrive quel premio disegna l’assemblea che nel 2029 eleggerà il capo dello Stato. Ecco perché l’avvertimento agli alleati ha il tono che ha: «Io non butterò mai giù dalla torre Forza Italia, a meno che non decida di suicidarsi e si butti giù da sola. A buon intenditore poche parole».
Se la maggioranza mancasse l’accordo sulla legge che i suoi capi hanno sottoscritto, ha aggiunto, «sarebbe una cosa seria. Con conseguenze». Le ferite del resto sono fresche: il 14 luglio la Camera ha bocciato a voto segreto l’emendamento di Fratelli d’Italia sulle preferenze, 187 sì contro 188 no, con una trentina di franchi tiratori dentro una maggioranza che sulla carta conta 240 voti, mentre a Palazzo Madama lo scrutinio è palese e i conti si fanno a viso aperto.
Il fronte azzurro e il calendario
Dentro Forza Italia il muro tiene per ragioni che vengono da lontano. Stefania Craxi, capogruppo al Senato, rivendica di aver contribuito ad affossare le preferenze alla Camera, e Marina Berlusconi ricorda che il padre quelle preferenze non le ha mai amate. Antonio Tajani riunisce i senatori mercoledì e su venti ne trova almeno dieci pronti a votare no. Il segretario ripete che il testo di Montecitorio va bene così: tradotto, di preferenze si riparla a settembre.
Intanto il decreto giustizia e immigrazione arriva in aula martedì senza mandato ai relatori, da convertire entro l’11 agosto. Sull’estensione delle intercettazioni all’articolo 270 del codice di procedura penale gli azzurri hanno già detto no. A stabilire se l’emendamento di Fratelli d’Italia sia ammissibile è il presidente del Senato. Lo stesso che domenica ha spiegato agli alleati come si evita il suicidio.
Ipsos intanto dà Futuro Nazionale al 7,1%, due punti sopra la Lega. Resta il merito, e riguarda il 2029. Nessun presidente del Consiglio in carica è mai passato da Palazzo Chigi al Quirinale, e nessuna donna ci è mai arrivata: il primo dato è una prassi di garanzia, il secondo una vergogna italiana. Impacchettarli in una battuta balneare serve a far passare l’uno col traino dell’altro. Domenica il tabù si è consumato così, tra un sassolino su Report e una battuta sulle comunali. Il resto lo scrive la legge elettorale.