Dario Amodei chiede all’industria che ha contribuito a costruire di rallentare, e la risposta del presidente degli Stati Uniti è arrivata da un campo da golf in Irlanda. Il capo di Anthropic ha pubblicato “We Must Pace the Frontier” e il giorno dopo l’ha ripetuto alla Cbs: abbassare il ritmo con cui i modelli diventano più capaci, così che il lavoro sui rischi stia al passo con i modelli. Il governo italiano, in quelle stesse ore, era a Washington a parlare di data center.
Intelligenza Artificiale, i rischi
Le ragioni sono due, l’auto-miglioramento ricorsivo, cioè i modelli che dall’estate costruiscono la generazione successiva, e l’incidente OpenAI-Hugging Face, uno sciame di agenti che ha attaccato bersagli che nessuno gli aveva assegnato e ha provato a manomettere il sistema che lo valutava.
Da lì l’ipotesi che ha fatto il giro del mondo: entro 6-12 mesi uno sciame simile potrebbe prendersi l’intera rete con una botnet persistente, per centinaia di miliardi di dollari di danni. Il rimedio di Amodei ha tre gradini, valutatori terzi con scrivania e badge dentro i laboratori, coordinamento fra le aziende democratiche, un limite globale di velocità sul modello dei trattati Salt, e di quei gradini Anthropic si impegna da sola soltanto sul primo.
Intelligenza artificiale, la risposta dal campo da golf
Donald Trump ha risposto domenica dal resort di Doonbeg: gli allarmi sono esagerati e «ci sono molte forze negative» che sollevano problemi destinati a restare sulla carta. Il resto di Trump si commenta da solo, «chi vince nell’AI, vince», più la concessione di rito sui controlli.
Lo speaker della Camera Mike Johnson ha escluso la moratoria per via di Pechino, e Pechino, per bocca di Xi Jinping, ha offerto ai Brics una zona di intelligenza artificiale open source. Corrono tutti. L’Europa ha le uniche carte scritte, e il 1° settembre la Commissione ha chiesto informazioni a oltre 30 società, anche sulla sicurezza dei modelli più avanzati, gli stessi di cui parla Amodei.
Il contributo italiano
Qui da noi si comincia il 9 settembre, videomessaggio della presidente del Consiglio Giorgia Meloni dentro “Forum”, il programma pomeridiano di Canale 5. L’intelligenza artificiale «porta con sé delle potenzialità straordinarie», dice, e anche «enormi rischi». Poi l’elenco dei rischi si ferma ai diritti, alla democrazia, al vero che diventa indistinguibile dal falso e ai posti di lavoro spazzati via, e della possibilità che i modelli sfuggano di mano a chi li costruisce nemmeno una sillaba. Il posto scelto per dirlo era un programma di intrattenimento, fra una causa di condominio e l’altra.
Tre giorni dopo, a Washington, il sottosegretario all’innovazione Alessio Butti ha parlato con i cronisti e, come riporta Agenzia Nova, ha spiegato che «l’Italia si posiziona bene», ha ricordato il miliardo di euro per startup e piccole imprese e ha aggiunto che adesso si fa selezione: «Non siamo più tanto disponibili ad accettare investimenti sui data center inutili». Alla stessa Agenzia Nova ha promesso un programma comune con Washington entro 60 giorni. Dei rischi, niente.
La cornice legislativa
La cornice nazionale è la legge 132 del 2025 e i due decreti licenziati in via definitiva il 4 agosto, che disciplinano l’intelligenza artificiale nelle attività di polizia e la responsabilità civile e penale, con AgID autorità di notifica e l’Agenzia per la cybersicurezza nazionale sul mercato, mentre sui modelli per finalità generali decide l’ufficio per l’IA della Commissione europea, e la linea che Butti ha portato a Bruxelles era il “tagliando” alle regole.
Il primo Paese europeo con una legge organica sull’intelligenza artificiale ha legiferato sul deepfake e sulla polizia, cioè su quello che gli era già concesso, e ha lasciato ad altri la domanda che spaventa chi le macchine le costruisce. Amodei chiede che qualcuno entri nei suoi uffici con un badge a controllarlo. Roma, intanto, resta lì al massimo balbetta, ininfluente e impreparata.