Sul sito del Ministero dell’Università e della Ricerca c’è un decreto firmato il 20 febbraio 2026 e pubblicato il 20 maggio. Ripartisce fra gli atenei 31 milioni per 6.502 borse agli specializzandi di area sanitaria non medica, e lo fa per l’anno accademico 2024/2025, cioè per un anno già chiuso. Sull’anno in corso, il 2025/2026, il decreto tace.
La misura nasce dalla legge di bilancio 2025, la legge 207/2024, che al comma 339 riconosce per la prima volta una borsa a veterinari, farmacisti, biologi, psicologi, chimici, fisici e odontoiatri in specializzazione: 4.773 euro lordi l’anno, 397 al mese, per 38-40 ore settimanali fra tirocinio e assistenza. Solo che la ripartizione dipende da un decreto della Presidenza del Consiglio, proposto dal Mur di concerto con Salute ed Economia. Firmato quattordici mesi dopo l’entrata in vigore della legge, pubblicato dopo diciassette.
Gli atenei intanto si sono fermati. L’8 agosto 2025 il Mur scriveva ai rettori che il decreto era in perfezionamento: molti hanno sospeso i bandi, come ha messo per iscritto l’Università di Catania, altri li hanno pubblicati e poi annullati. Chi è andato avanti ha scritto che i posti li avrebbe stabiliti un decreto successivo. Insomma, concorsi a numero ignoto: si studia, si sostiene la prova, si entra in graduatoria e si aspetta di sapere quante caselle esistano.
Quattromilasettecento contro venticinquemila
La stessa legge, ai commi 336 e 337, alza del 5 per cento la parte fissa del trattamento dei medici in formazione, con 120 milioni annui dal 2026. Un medico specializzando percepisce 25.000 euro lordi nei primi due anni e 26.000 dal terzo, un biologo o uno psicologo nella stessa corsia, stesso orario, ne percepisce 4.773. Uno a cinque, dentro lo stesso testo votato lo stesso giorno.
Il 10 dicembre la deputata Marianna Ricciardi (M5S) ha portato in Aula l’emendamento che alzava quei 4.773 euro a 25.000, respinto. Eppure nell’esame dell’A.C. 2678 il governo aveva accolto come raccomandazione un ordine del giorno che lo impegnava proprio all’equiparazione. Accolto come raccomandazione, cioè archiviato con garbo. C’è poi il tetto di reddito: per tenersi la borsa si deve restare sotto 7.750 euro lordi annui, 645 al mese, e chi lavora per mantenersi la perde. Abifb, Lapsi, Sivemp e Fassid hanno manifestato a Roma il 24 maggio contro quella soglia e contro il vuoto sull’anno in corso. Quasi senza cronaca.
Il fabbisogno che lo Stato calcola e non forma
Il 23 luglio, cinque giorni fa, la Conferenza Stato-Regioni ha sancito l’accordo sul fabbisogno formativo 2026/2027: 84.196 posti, dentro i quali 1.733 medici veterinari, 374 in più, 2.673 biologi, 1.500 farmacisti e 287 fisici. Lo Stato quindi conta quanti specialisti gli serviranno. E tiene ferme le scuole che dovrebbero formarli.
Il conto lo paga la sanità pubblica. Secondo il Conto annuale 2024 letto a luglio dal Sivemp, il 34 per cento dei veterinari del Servizio sanitario nazionale ha superato i 60 anni: in tre o quattro anni un terzo esce, e senza titolo di specializzazione mancano i requisiti per i concorsi. I vuoti si coprono con i gettonisti, spesso privi di specializzazione e di esclusività, proprio lì dove la terzietà è il mestiere. Sul versante psicologico il meccanismo si ripete: il rapporto del Ministero della Salute di aprile conta oltre 840mila cittadini in carico ai servizi di salute mentale, e la presidente del Cnop Maria Antonietta Gulino misura su quello “scarto tra bisogno e capacità di risposta” la tenuta del sistema.
Secondo la ricostruzione di Fanpage.it lo schema esiste: a inizio luglio è arrivato al Mef firmato da Salute e Università, poi errori formali hanno rimandato indietro l’iter. Si parla di fine estate. Vuol dire che chi ha cominciato i test nell’autunno 2025 saprà a settembre 2026 se è dentro. Un anno di vita di migliaia di persone consumato in un giro di firme.