Mentre state facendo rifornimento, fissando il contatore che si beve due euro (più o meno) al secondo per ogni litro di gasolio riversato nel serbatoio, tenete a mente questo numero: 125 milioni. È la cifra faticosamente racimolata dal governo per mettere una toppa – 17 centesimi di sconto fino al 6 agosto e solo sul diesel – alla folle corsa dei prezzi dei carburanti innescata dall’insensata guerra scatenata dal simpatico duo Trump-Netanyahu.
Ora, mentre guardate il conto lievitare sul display, concentratevi su un altro numero: 14,9 miliardi di euro. È la cifra monstre (per adesso) per la quale il governo Meloni conta di indebitare noi e i nostri figli negli anni a venire per iscrivere l’Italia ad un’altra folle corsa. Quella del riarmo, impostaci dallo stesso Trump (il 5% del Pil in spese militari come obbligo Nato) e dalla deriva bellicista europea sponsorizzata da Ursula Bomb der Leyen (800 miliardi di Rearm Eu).
Ieri, al netto della frenata della Lega, che sull’uso dei fondi Safe (i prestiti Ue per lo shopping militare) invoca “l’ultima parola” del Parlamento – come se l’esito di una eventuale votazione non fosse scontato – abbiamo appreso dal ministro Tajani che il governo ha deciso di utilizzare proprio lo strumento dei prestiti Safe (a tasso agevolato con scadenza a 45 anni), “chiedendo un intervento di 14,9 miliardi entro fine anno“. Salvo poi precisare, dopo l’altolà del Carroccio, che “ne utilizzeremo probabilmente di meno“.
A buttare acqua sul fuoco del balletto delle cifre ci prova pure il ministro Crosetto, spiegando che se il ricorso al Safe “una scelta totalmente tecnica”, la scelta politica sarà “lo scostamento di bilancio”. Insomma, un cortocircuito tra i ministri dei tre principali partiti di maggioranza che lascia comunque una certezza. Qualunque sia lo strumento e a prescindere dal quantum, servirà una paccata di miliardi per onorare gli impegni assunti dal governo in sede internazionale. Tenetelo a mente la prossima volta che bestemmierete per il conto del distributore.