L’ultimo tavolo tra governo e sindacati sulla riforma previdenziale si è chiuso il 18 settembre 2023 sulla previdenza complementare. Da allora sono passati 1.045 giorni senza un confronto di merito. Il sistema intanto è cambiato eccome, anzi si è riscritto per sottrazione. L’Osservatorio dell’Inps sui flussi di pensionamento, uscito il 22 luglio 2026 su rilevazione al 2 luglio, ne consegna la contabilità.
Nel primo semestre di quest’anno l’Istituto ha liquidato 132.039 pensioni di vecchiaia e 100.356 anticipate. Tre anni fa il rapporto era capovolto: nel primo semestre 2023 l’Inps contava le anticipate al 16% in più delle vecchiaie, oggi le conta al 24% in meno. Il focus di Collettiva firmato da Daniela Zero il 28 luglio ha allineato quattro Osservatori con l’ufficio previdenza della Cgil di Ezio Cigna. Il conto è questo: oltre ottomila uscite anticipate in meno, -7,5%, e oltre 38 mila pensioni di vecchiaia in più, con una crescita sopra il 40%. Si esce quando scatta l’età, e basta.
Pensioni, il canale ordinario resta l’unico
La sequenza normativa si legge riga per riga. La legge di bilancio 2024, la 213/2023, aggancia Quota 103 al ricalcolo contributivo integrale e restringe Opzione donna. Ai commi da 157 a 163 riscrive pure le aliquote di rendimento degli iscritti a Cpdel, Cps, Cpi e Cpug, le casse dei dipendenti pubblici. Quanto costa uscire prima, a chi ci prova, lo spiega la circolare Inps 78 del 3 luglio 2024. La legge di bilancio 2026 chiude il cerchio e cancella entrambe le misure. Nessuna sostituzione. In piedi rimane l’Ape sociale, prorogata al 31 dicembre 2026.
Il Rendiconto sociale dell’Inps di giugno misura il vuoto. 3.860 lavoratrici uscite con Opzione donna nel 2025, contro le 26.427 del 2022. E 5.643 pensioni liquidate con le quote, dopo le 112.982 del 2021. L’età media di uscita delle donne è salita da 64,4 a 65,4 anni, quella degli uomini da 63,7 a 64,1. A pagare di più sono le lavoratrici, proprio perché avevano di più da perdere. Carriere spezzate e lavoro di cura pesavano già sull’assegno, e adesso è sparito dal testo anche l’unico canale che di quelle carriere teneva conto.
Le promesse e il calendario
Il programma “PER L’ITALIA”, sottoscritto l’11 agosto 2022 da Giorgia Meloni, Matteo Salvini e Silvio Berlusconi, contiene il “superamento della legge Fornero con Quota 41”. Due settimane dopo, a Capitello, Salvini si è impegnato ad «azzerare la legge Fornero e avviare Quota 41» e ha autorizzato gli elettori a spernacchiarlo. A dicembre 2025 il sottosegretario al Lavoro Claudio Durigon ha annunciato su La Stampa la cancellazione integrale dello scatto sull’aspettativa di vita entro il 2026. Siamo a fine luglio.
Il testo votato dice esattamente l’opposto. Dal 1° gennaio 2027 la vecchiaia sale a 67 anni e 1 mese, dal 2028 a 67 anni e 3 mesi, e l’anticipata pretende 43 anni e 1 mese di contributi. Fuori dall’aumento resta la platea dei gravosi e degli usuranti, attorno al 2% dei nuovi pensionati. Poi, il 29 gennaio 2026, la maggioranza ha votato alla Camera una mozione che impegna il proprio governo a “interventi correttivi in riduzione o di congelamento” degli scatti approvati sei settimane prima. Un esecutivo che chiede a se stesso di rimediare a se stesso.
Il vincolo di finanza pubblica esiste ed è serio: la Ragioneria generale dello Stato proietta la spesa pensionistica dal 15% del Pil verso un picco vicino al 17% intorno al 2040. Solo che il conto lo regge chi entra oggi nel contributivo puro, con salari bassi e contratti a singhiozzo, e una riforma seria comincerebbe da lì, dal lavoro. Chi ha firmato quel programma nel 2022 dovrebbe spiegare perché in quattro leggi di bilancio non ci si è mai avvicinato, e perché l’unica flessibilità sopravvissuta resta quella scritta nel 2011. Il tavolo del 18 settembre 2023 è rimasto dove l’hanno lasciato. La porta d’uscita, invece, si è chiusa da sola, un comma alla volta.