Sta in una nota a pie’ di pagina, la 154 a pagina 80 del Documento di finanza pubblica 2026, la smentita più secca di quanto il governo racconta sul riarmo. Il testo dice che il piano trasmesso a Bruxelles per i prestiti Safe contempla “tutte voci già definite all’interno degli attuali capitoli di bilancio”, quindi senza spese aggiuntive. Quattro voci fanno eccezione, coperte tagliando altri capitoli della difesa. Il documento porta la firma del Consiglio dei ministri del 22 aprile. Un atto del governo che smonta da solo la retorica del grande sforzo per la sicurezza.
Martedì, davanti alle commissioni Esteri e Difesa di Camera e Senato riunite sugli esiti del vertice Nato di Ankara, Antonio Tajani ha annunciato la svolta: «Abbiamo deciso di utilizzare Safe chiedendo un intervento di 14,9 miliardi entro la fine dell’anno». Poche ore dopo Guido Crosetto ha spento l’annuncio: Safe è «una scelta puramente tecnica», un’alternativa ai Bot come strumento di finanziamento.
Fondi Safe, un prestito senza un euro in più
Il calendario chiarisce il resto. L’Italia ha chiesto i 14,9 miliardi nell’estate del 2025 insieme ad altri diciotto Stati e ha trasmesso il Piano nazionale di investimenti per l’industria della difesa entro il 30 novembre. Il via libera della Commissione è arrivato a gennaio, la ratifica del Consiglio il 17 febbraio 2026. Poi Roma si è fermata. A fine maggio avevano firmato l’accordo di prestito cinque Paesi: Polonia, Lituania, Croazia, Romania, Belgio. Dal canto suo la Commissione, per bocca del portavoce Thomas Regnier, ha fatto sapere che dicembre è un calendario pessimo.
Quel rinvio pesa perché all’Aja, nel giugno 2025, Giorgia Meloni aveva sottoscritto il 5% del Pil entro il 2035, di cui 3,5% di difesa in senso stretto, assicurando che nessun euro sarebbe stato tolto alle altre priorità. Intanto l’osservatorio Milex calcola per il 2026 una spesa militare diretta di 33,9 miliardi, l’1,46% del Pil. Il rapporto del segretario generale Nato certifica invece il 2,01% e oltre 45 miliardi, e per Milex la differenza sta in circa 14 miliardi di voci generiche che la Difesa ha inserito per la prima volta nel perimetro dichiarato. Il governo quindi conta e racconta un’altra Italia militare.
Le domande del 5 agosto
C’è poi la partita della clausola. Quella di salvaguardia nazionale, che consente di sforare fino all’1,5% del Pil per la difesa, l’hanno attivata in diciassette. L’Italia manca dall’elenco. Il 3 giugno la Commissione ha aperto una quota di quello spazio all’energia, 0,3% l’anno e 0,6% cumulato nel triennio 2026-2028. il ministro Giancarlo Giorgetti ha parlato di risultato impensabile fino a pochi mesi prima. Solo che la flessibilità sull’energia vive dentro la clausola militare. Per alleggerire le bollette bisogna prima dichiarare più armi.
E arriviamo al 5 agosto, quando il ministro dell’Economia parlerà alla Camera e l’Aula voterà le risoluzioni. Se il piano Safe copre spese già a bilancio, perché Crosetto mette in conto per settembre uno scostamento dello 0,9% sulla difesa? E se lo scostamento serve davvero, quali programmi finanzia, se il piano mandato a Bruxelles sta tutto dentro il bilancio vigente? Il 5% dell’Aja resta un impegno, dopo che il 19 maggio i capigruppo di maggioranza al Senato hanno scritto la richiesta di rivederlo e l’hanno cancellata in poche ore? Ultima: dei 14,9 miliardi, quanti ne userà davvero il governo?
Il debito pubblico corre al 138,6% del Pil previsto per quest’anno dallo stesso documento, e su quel numero si misura la convenienza di un prestito. La risposta il Mef ce l’ha in casa da aprile. Manca il coraggio di dirla in Aula: dirla significa ammettere che il riarmo italiano oggi è una partita di giro contabile, firmata due volte, all’Aja e ad Ankara.