Legge elettorale, Tajani messo all’angolo dai suoi senatori: ora frena sulle preferenze

Tajani messo all’angolo dai suoi senatori: ora frena sulle prefenze. La partita di scambio legge elettorale-intercettazioni è saltata

Legge elettorale, Tajani messo all’angolo dai suoi senatori: ora frena sulle preferenze

All’inizio sembrava profilarsi un patto tra Fratelli d’Italia e Forza Italia. Una partita di scambio: gli azzurri pronti a concedere le preferenze nella legge elettorale, a condizione che FdI rinunciasse ad allargare le maglie delle intercettazioni “a strascico” nel decreto Giustizia. Era, almeno, la linea di Antonio Tajani. Il leader di Forza Italia aveva spiegato ai suoi senatori che le preferenze andavano inserite anche per evitare rilievi della Consulta. Le battaglie, aveva aggiunto, si fanno quando possono essere vinte e non “in solitaria contro chi è chiaramente più forte”. Tajani aveva persino evocato il rischio di una crisi di governo se la riforma fosse saltata. Ma i senatori azzurri non hanno voluto sentir ragioni.

Tajani messo all’angolo dai suoi senatori: ora frena sulle prefenze

I più duri sono stati gli esponenti vicini a Marina Berlusconi, contrari sia a cedere sulle intercettazioni sia ad accettare un emendamento sulle preferenze scritto altrove. Secondo una ricostruzione, smentita da fonti vicine al ministro, Tajani avrebbe chiesto “una mano” per non venire meno agli impegni presi con Giorgia Meloni. La risposta sarebbe stata brutale: “Questi sono problemi tuoi”. Alla fine hanno prevalso i berlusconiani ortodossi. Sulle intercettazioni hanno ottenuto la decadenza dell’emendamento di FdI con il voto di fiducia sul decreto Giustizia.

Il muro sulla giustizia di FI e i paletti sulla legge elettorale

Pierantonio Zanettin ha già avvertito gli alleati: se la proposta sarà ripresentata, Forza Italia la respingerà “né ora né mai”. Il muro azzurro si è alzato anche sulle preferenze. Gli emendamenti potranno essere presentati fino al primo settembre, ma Forza Italia pretende di partecipare alla stesura. Nessun testo prefabbricato e nessun assegno in bianco a Palazzo Chigi. Stefania Craxi ha ottenuto che al tavolo degli sherpa partecipi anche il vicecapogruppo Roberto Rosso.

Tajani, messo sotto dal suo gruppo, è stato così costretto a frenare. Ha parlato di un sì “ma”, subordinato alla lettura della proposta e all’accoglimento delle osservazioni azzurre. Tradotto: il patto con FdI non esiste più. Meloni resta intenzionata a riproporre le preferenze al Senato. Con il voto palese, Lega e Forza Italia avrebbero più difficoltà a sfilarsi. Ma il ritorno del testo alla Camera aprirebbe una nuova trappola. Per blindare la modifica, l’esecutivo potrebbe ricorrere alla fiducia, consegnando alle opposizioni l’immagine di una legge imposta a colpi di maggioranza.

L’incognita di Montecitorio

Resterebbe il voto finale, che a Montecitorio potrebbe avvenire a scrutinio segreto. Ed è lì che la sicurezza ostentata da Meloni rischia di svanire. La sconfitta sulle preferenze brucia ancora, mentre da Forza Italia arrivano segnali tutt’altro che rassicuranti. La partita resta aperta, ma il quadro è cambiato: Tajani non controlla fino in fondo il suo partito, FdI non può più contare su un’intesa automatica e il presunto scambio tra preferenze e intercettazioni è saltato.