Giovedì il colpo di scena, anzi, i due colpi di scena, erano arrivati in serata. Ieri i fuochi pirotecnici nella questione delle chat tra l’ex sotto-segretario Andrea Delmastro e il prestanome del clan Senense, Michele Caroccia, sono iniziati già di prima mattina.
Alle 10, per l’esattezza, quando alcuni membri della Giunta per le autorizzazioni si sono presentati regolarmente per prendere visione delle conversazioni, come previsto giovedì dal presidente della Giunta per le autorizzazioni, Devis Dori (Avs). Ma, nonostante il via libera, è stato loro impedito di visionare il materiale, su ordine del presidente della Camera, Lorenzo Fontana. Un divieto che ha aperto l’ennesimo scontro istituzionale.
Caso Delmastro: gli scontri precedenti
Ma per spiegare lo scontro, occorre fare un passo indietro, alla giornata di giovedì, quando era in programma il voto del Parlamento sull’utilizzo delle chat richiesto dai pm di Roma. Scontato il voto atteso: un diniego (sebbene Delmastro non sia indagato), che però non è stato espresso dall’aula, a causa dell’arrivo della missiva del procuratore capo di Roma , Francesco Lo Voi, che chiedeva di verificare se le chat consegnate alla procura della Capitale dai difensori dei Caroccia coincidessero con quelle contenute nel cellulare sequestrato di Delmastro.
In pratica, Lo Voi chiedeva di permettere l’esercizio del diritto di difesa a Caroccia. A quel punto Dori aveva autorizzato i membri della Giunta alla lettura (protetta) delle chat, suscitando le proteste dell’intero centrodestra, il quale era insorto e aveva chiesto a Fontana di intervenire, per non creare “un pericoloso precedente”.
L’intervento di Fontana e l’annuncio di Delmastro
Intervento che è puntualmente avvenuto nella tarda serata di giovedì, quando il presidente della Camera ha ordinato di congelare la consultazione delle chat fino a lunedì prossimo, in attesa della pronuncia della Giunta per il regolamento investita della questione.
In mezzo a tutto questo caos, era infine arrivata la mossa a sorpresa di Delmastro, che aveva annunciato di aver inoltrato personalmente le sue chat al procuratore Lo Voi, sostenendo di non avere “alcunché da nascondere”.
L’affondo di Dori contro Fontana
Arriviamo così a ieri. A quando cioè i commissari si sono visti negare la lettura dei file. “È inaccettabile che ai membri della giunta delle autorizzazioni sia stato di fatto negato il diritto di accedere alla documentazione”, ha tuonato Dori, “Non ci sono precedenti alla negazione di accesso al materiale per i commissari”.
E, pur specificando di non ritenere che Fontana abbia agito “per una posizione politica” ma “istituzionale”, Dori ne ha contestato “l’entrata a gamba tesa rispetto ad una prerogativa che i membri della mia giunta hanno. È una scelta secondo me non corretta”. Una distinzione, quella tra “istituzionale” e “corretta”, che suona più come una cortesia formale che come un’assoluzione: nei fatti, Dori ha accusato la terza carica dello Stato di aver piegato le proprie prerogative alle richieste della maggioranza, dimenticandosi di essere arbitro.
La replica del presidente della Camera
La replica di Fontana è arrivata a stretto giro, gelida e burocratica: “Le decisioni della Presidenza della Camera sono quelle contenute nella lettera che le ho inviato ieri sera e a cui gli Uffici della Camera si conformano ai sensi degli articoli 8 e 67 R.C.”. Fontana ha poi rimarcato di essere “in attesa di ricevere” da Dori “ogni opportuno elemento di valutazione” sulla sua decisione iniziale, per poterla sottoporre alla Giunta per il Regolamento. Una risposta che scarica l’onere della giustificazione sul presidente della Giunta delle autorizzazioni, senza spiegare nel merito perché un accesso già autorizzato, blindato peraltro dal regime di segretezza, sia stato bloccato in extremis dopo il pressing della maggioranza.
Da Delmastro un gesto inutile: senza l’ok della Camera le chat restano inutilizzabili
Quanto al gesto di Delmastro (che è un avvocato), per Dori non cambia nulla sul piano procedurale: la Procura, ricorda, non può utilizzare quel materiale senza l’autorizzazione della Camera, a prescindere da cosa il diretto interessato decida di consegnare spontaneamente. “Le prerogative parlamentari non sono nella disponibilità del singolo parlamentare. Non è il singolo parlamentare che decide se usufruirne oppure no, è invece tutelata la funzione parlamentare”. In altre parole, senza il via libera dell’Aula quelle chat restano carta straccia per gli inquirenti.