Migranti, al Consiglio europeo tutta la destra (e pezzi di sinistra) contro Sanchez: asse Roma-Copenaghen per il modello Albania nei Paesi terzi

Intanto le opposizioni incalzano Meloni sulla sospensione di Schengen. Fratoianni: "La premier ha mai visto un mappamondo...?"

Migranti, al Consiglio europeo tutta la destra (e pezzi di sinistra) contro Sanchez: asse Roma-Copenaghen per il modello Albania nei Paesi terzi

L’appuntamento è fissato per oggi alle 10, in videoconferenza. Lì si ritroveranno virtualmente i ministri dell’Interno dell’Unione a discutere della questione migranti che Ceuta ha reso improrogabile. Per l’Italia ci sarà Matteo Piantedosi. Cinque i punti all’ordine del giorno del Consiglio europeo, li ha elencati ieri la portavoce della Commissione, Arianna Podestà: rafforzare la cooperazione con i partner esterni per prevenire la migrazione irregolare; blindare ulteriormente le frontiere esterne – “anche con barriere fisiche”, ha aggiunto Podestà -; sistemi di allerta precoce; smantellamento delle reti di trafficanti e accelerazione dei rimpatri.

Nella sua lettera al premier spagnolo Pedro Sanchez, ha ricordato la portavoce, Ursula von der Leyen ha già certificato che il movimento verso la Spagna continentale “è stato efficacemente impedito” grazie alla gestione di Madrid e Rabat, promettendo però sostegno finanziario e operativo. La riunione di oggi, spiega Bruxelles, è solo il primo passaggio: il piano che ne uscirà arriverà sul tavolo dei leader al Consiglio europeo di ottobre.

Migranti: asse Roma-Copenaghen sul Modello Albania

È dentro questa cornice che si muove l’asse che Ceuta non ha creato, ma ha semplicemente reso più visibile: quello tra Roma e Copenaghen. Giorgia Meloni vuole accelerare sulla creazione di hub per i rimpatri in Paesi terzi, sul modello Albania ma finanziati da Bruxelles, con l’obiettivo di chiudere gli accordi entro dicembre e aprire i primi centri già nel 2027, non a caso anno elettorale in Italia.

Sulla stessa linea si è schierata la premier socialdemocratica danese Mette Frederiksen. Il progetto nasce da una lettera firmata da 22 Stati membri e indirizzata a von der Leyen e ad Antonio Costa.

Ruanda e Uganda sono i Paesi africani più avanti nei negoziati, con Danimarca, Austria, Olanda e Germania in prima fila; spinge nella stessa direzione anche la Grecia di Kyriakos Mitsotakis, che come Meloni guarda al 2027. Circola pure l’ipotesi Montenegro, curiosa visto che dal 2028 Podgorica dovrebbe entrare nell’Unione e smettere di essere, per definizione, un “Paese terzo”.

A giugno, al Consiglio europeo, Meloni aveva già anticipato la linea: “È il momento di passare dalle regole ai fatti”, aveva detto, chiedendo “progetti pilota concreti” e aprendo esplicitamente a “centri di rimpatrio congiunti in Paesi terzi”.

Intanto, il gruppo ECR — con Nicola Procaccini in testa — ha chiesto a Roberta Metsola una sessione straordinaria del Parlamento europeo, senza attendere la fine della pausa estiva.

Intanto in Italia è bagarre per la sospensione di Schengen

Se in Europa la partita si gioca sugli hub, in Italia si gioca sulla sospensione di Schengen ed è qui che la maggioranza si trova sotto assedio. Le opposizioni, compatte, ieri hanno chiesto un’informativa urgente di Meloni alla Camera. Nicola Fratoianni, per Avs, l’ha messa sul terreno della geografia più che della politica: ha chiesto se la premier abbia mai “consultato una cartina o un mappamondo”, ricordando che Ceuta è un’enclave spagnola in Africa dove le regole di Schengen non si applicano, e definendo la sospensione annunciata dal governo “cinicamente strumentale”.

Sulla stessa linea la capogruppo Pd Chiara Braga, che parla di “reazione muscolare” di fronte a una tragedia umanitaria, e il capogruppo M5S Riccardo Ricciardi, che rilancia sulle immagini dei migranti in difficoltà.

Elena Bonetti, presidente di Azione, va oltre e legge l’intera vicenda come un errore strategico: dietro un movimento migratorio di quella portata, dice, c’è evidentemente una regia a cui l’Italia doveva rispondere con fermezza chiedendo che i confini di Lampedusa fossero riconosciuti come confini europei — non sospendendo un trattato che a Ceuta, peraltro, non si applica nemmeno. Una mossa, conclude, che regala agli altri Paesi l’alibi per non farsi carico in futuro dei problemi italiani.

Tavolo asilo: “Solo cento rimpatri effettivi in oltre un anno dal centro di Gjader”

A completare il quadro critico arriva anche il mondo delle organizzazioni umanitarie. Filippo Miraglia, coordinatore del Tavolo Asilo e Immigrazione, boccia senza sconti il modello Albania — appena cento rimpatri effettivi in oltre un anno dal centro di Gjader, a fronte di un costo di 300 milioni in due anni — e liquida l’ipotesi di hub extra Ue come un progetto “impraticabile”, incompatibile con Trattati e Costituzione. Il Consiglio straordinario di oggi, per Miraglia, è solo “una mossa della destra internazionale contro Sanchez”. E Meloni lo sa benissimo.