L'Editoriale

Campo Azov

A tutto il campo Azov vorremmo porre una domanda: qual è una ipotetica linea di confine che sareste disposti ad accettare?

Campo Azov

A Pina Picierno, che ha coniato l’espressione “campo Lavrov” per tacciare di filoputinismo chiunque osi proferire parole come “pace”, “dialogo”, “negoziato” sulla guerra in Ucraina. A Carlo Calenda, che ha dato del bugiardo propagandista al professor Jeffrey Sachs, reo di aver portato la sua testimonianza (oculare) sui fatti di Piazza Maidan del 2014.

A Filippo Sensi, che ha definito Giuseppe Conte “il Vannacci del campo largo” per aver ribadito, come fa da quattro anni, la necessità di trattare con il “diavolo” Putin per porre fine alla carneficina. A Lia Quartapelle e ai vari esponenti della cosiddetta area riformista del Pd che ammettono come unica possibilità di pace la resa (ergo la sconfitta) della Russia. Insomma, a tutto il campo Azov, vorremmo porre una domanda.

La stessa che ci permettiamo di sottoporre, già che ci siamo, pure ad Elly Schlein, leader di un partito che a più riprese ha votato con le destre sulle spese militari. Per le quali il governo ha appena ottenuto il via libera della maggioranza in Parlamento ad uno scostamento di bilancio dello 0,9%, circa 20 miliardi di euro, per armarci fino ai denti. Il tutto mentre fatica a racimolare qualche centinaia di milioni per contenere gli aumenti fuori controllo dei carburanti.

A loro vorremmo porre una semplice domanda. Posto che, malgrado i miliardi in aiuti e armi, l’Ucraina continua a perdere terreno, qual è una ipotetica linea di confine che, situazione sul campo alla mano, sareste disposti ad accettare? Perché se l’obiettivo è recuperare tutti i territori occupati dalla Russia dal 2022 ad oggi (c’è chi include perfino la Crimea), avete il dovere di dire ai vostri elettori che per raggiungerlo non c’è alternativa ad entrare direttamente in conflitto con la Russia. E prepararli alla terza guerra mondiale.