Un terremoto in una parte del mondo. Pochi giorni dopo un altro, magari a migliaia di chilometri di distanza. Poi uno sciame sismico più vicino a noi. La sensazione è quasi inevitabile: la Terra sta tremando più di prima?
È una delle domande che tornano ogni volta che diversi eventi sismici finiscono contemporaneamente nelle notizie. La risposta della scienza è meno inquietante di quanto potrebbe sembrare: non ci sono prove che l’attività sismica naturale globale stia aumentando in modo anomalo.
A essere cambiata è soprattutto la nostra capacità di accorgercene.
Le reti di monitoraggio sono molto più dense, i sensori registrano scosse che un tempo sarebbero passate inosservate e una notizia che arriva dall’altra parte del pianeta impiega pochi secondi per comparire sul telefono. Secondo lo United States Geological Survey, guardando alle serie storiche dal 1900 ci si può aspettare mediamente ogni anno circa 15 terremoti di magnitudo 7 e uno di magnitudo 8 o superiore. Ci sono anni più movimentati e altri più tranquilli, senza che questo indichi necessariamente un cambiamento della dinamica del pianeta.
La Terra, in altre parole, ha sempre tremato parecchio. Siamo noi che oggi la sentiamo molto meglio.
Che cosa succede davvero sotto i nostri piedi?
Un terremoto dura pochi secondi. La sua preparazione può richiedere decenni, secoli o anche più.
Le placche della crosta terrestre si muovono continuamente, ma lungo le faglie le rocce non scorrono sempre liberamente. L’attrito può tenerle bloccate, mentre le forze tettoniche continuano ad accumulare tensione.
Poi arriva il punto di rottura.
Le rocce scivolano improvvisamente lungo la faglia e una parte dell’energia accumulata viene liberata sotto forma di onde sismiche. È ciò che percepiamo come terremoto. La spiegazione dello USGS è apparentemente semplice. La parte difficile è sapere quando quel punto di rottura verrà raggiunto.
Ed è qui che comincia uno dei grandi problemi irrisolti della geofisica.
Se sappiamo come nasce un terremoto, perché non sappiamo prevederlo?
È probabilmente la domanda più naturale.
Meteorologi e modelli numerici riescono a dirci con crescente precisione dove passerà un uragano. I vulcani vengono sorvegliati attraverso deformazioni del terreno, emissioni di gas e attività sismica. Perché non possiamo ricevere un messaggio che dica: domani alle 15 ci sarà un terremoto?
Perché, almeno oggi, nessuno sa farlo.
Lo USGS è categorico: né l’istituto americano né altri scienziati sono mai riusciti a prevedere in modo affidabile un grande terremoto. Per parlare realmente di previsione bisognerebbe indicare tre cose insieme: quando avverrà, dove avverrà e quale magnitudo avrà.
Possiamo, invece, parlare di probabilità. Sappiamo quali zone sono più pericolose, quali faglie sono attive e dove nel lungo periodo è più probabile che si verifichi un forte sisma, ma il giorno e l’ora restano fuori portata.
La sismologa Lucy Jones, una delle più autorevoli studiose mondiali dei terremoti e per anni al lavoro con lo USGS, ha formulato una possibilità ancora più sorprendente: forse il problema non è semplicemente che non abbiamo strumenti abbastanza sofisticati.
«Può darsi che la Terra stessa non possieda, prima dell’inizio di un terremoto, l’informazione su quanto grande diventerà», ha spiegato in un’intervista scientifica del California Institute of Technology.
In altre parole, la grandezza finale di un terremoto potrebbe dipendere anche da come la rottura evolve dopo essere cominciata.
Se fosse così, cercare con giorni di anticipo un segnale che annunci con precisione un sisma di magnitudo 7 potrebbe significare cercare un’informazione che ancora non esiste.
Le piccole scosse prima di quella grande
Qui c’è uno dei paradossi più affascinanti della sismologia.
Alcuni grandi terremoti sono effettivamente preceduti da scosse più piccole, i cosiddetti foreshock.
Il problema è che scopriamo che erano foreshock soltanto dopo.
Una scossa di magnitudo 4 può essere il segnale che precede un terremoto molto più forte. Oppure può essere semplicemente una scossa di magnitudo 4 alla quale non seguirà nulla di particolarmente importante.
Non esiste un’etichetta nascosta che consenta agli strumenti di distinguerle.
Lo USGS spiega, infatti, che un terremoto può essere definito “foreshock” soltanto quando successivamente, nella stessa area, ne avviene uno più forte.
C’è anche un numero che aiuta a mettere il rischio in prospettiva: secondo le osservazioni dello USGS, la probabilità che un terremoto venga seguito entro una settimana e nelle vicinanze da uno più forte è circa il 5%.
È abbastanza per giustificare attenzione scientifica. Non abbastanza per trasformare ogni sciame sismico nell’annuncio di una catastrofe.
Magnitudo 6 o “sesto grado”: sono davvero la stessa cosa?
No e la confusione è frequente.
La magnitudo misura la dimensione del terremoto alla sorgente attraverso i dati registrati dagli strumenti. Un terremoto ha, quindi, una sua magnitudo.
L’intensità, invece, descrive gli effetti dello scuotimento in un determinato luogo: ciò che hanno percepito le persone, gli oggetti che si sono mossi, gli eventuali danni agli edifici. Per questo lo stesso terremoto può avere intensità diverse da città a città.
La distinzione è spiegata dallo USGS, che ricorda come la scala Mercalli sia basata proprio sugli effetti osservabili.
C’è un’altra cosa poco intuitiva: la scala della magnitudo non cresce in modo lineare.
Un terremoto di magnitudo 7 non è semplicemente “un po’ più forte” di uno di magnitudo 6. Un aumento di un punto corrisponde a circa 32 volte più energia liberata.
È una differenza enorme nascosta dietro un solo numero.
Allora come fanno i telefoni ad avvisare che sta arrivando un terremoto?
Perché quello non è prevedere il terremoto. È batterlo sul tempo.
Quando avviene una rottura, le prime onde sismiche, le cd. onde P, viaggiano più velocemente delle onde che producono gli scuotimenti più forti. Una rete di sensori può rilevarle, elaborare rapidamente i dati e inviare un segnale alle zone che le onde più distruttive devono ancora raggiungere.
Il terremoto, quindi, è già iniziato, ma a una certa distanza dall’epicentro possono esserci alcuni secondi di vantaggio.
È il principio dei sistemi di Earthquake Early Warning, come ShakeAlert negli Stati Uniti. Le onde P viaggiano quasi due volte più velocemente delle onde S e delle onde superficiali più dannose, mentre le comunicazioni elettroniche sono enormemente più rapide di entrambe. Pochi secondi sembrano pochissimi. Possono, invece, fare una grande differenza.
Richard Allen, direttore del Berkeley Seismology Lab e tra i pionieri dei sistemi di early warning, ha spiegato che quel margine permette di compiere alcune azioni, molte delle quali automatiche, prima dell’arrivo delle onde distruttive.
L’intelligenza artificiale riuscirà dove gli scienziati non sono riusciti?
È una delle frontiere più interessanti.
Un algoritmo può analizzare quantità di dati enormemente superiori a quelle che un essere umano potrebbe esaminare e cercare segnali quasi invisibili: microscosse, variazioni nel comportamento di una faglia, modifiche delle onde sismiche, sequenze statistiche che si ripetono.
E alcuni risultati sono promettenti.
Uno studio pubblicato su Nature Communications nel 2025 ha mostrato che un modello di machine learning è riuscito a prevedere il momento della rottura in terremoti prodotti sperimentalmente, con anticipi che andavano da decine di secondi a pochi millisecondi.
Un’altra ricerca ha sviluppato SafeNet, un modello di deep learning capace di utilizzare diversi tipi di dati per effettuare previsioni probabilistiche della futura attività sismica in determinate aree.
Qui serve una distinzione fondamentale.
Prevedere una rottura in laboratorio non significa prevedere il prossimo grande terremoto in Giappone, California o Italia. Una faglia naturale è immensamente più grande, più complessa e, soprattutto, non può essere osservata direttamente a chilometri di profondità.
L’intelligenza artificiale potrebbe diventare uno strumento straordinario per individuare schemi che oggi non vediamo. Non ha ancora trovato, però, il “segnale segreto” che permette di conoscere con certezza data, luogo e magnitudo del prossimo terremoto.
E gli animali? Sentono davvero arrivare i terremoti?
È una storia antichissima.
Nel 373 avanti Cristo, prima di un terremoto distruttivo in Grecia, alcune cronache raccontarono di ratti, donnole, serpenti e millepiedi che avrebbero abbandonato l’area. Da allora le testimonianze si sono moltiplicate: cani agitati, uccelli che cambiano comportamento, pesci che si muovono in modo insolito.
Il problema non è che questi racconti non esistano. Il problema è dimostrare che il comportamento sia collegato proprio al terremoto.
Lo USGS dedica una sezione specifica alla questione: finora non è stata trovata una relazione riproducibile che permetta di usare il comportamento degli animali per prevedere i terremoti.
Un cane può essere agitato prima di una scossa, ma può esserlo per centinaia di altre ragioni.
Una previsione scientifica, per essere tale, deve funzionare prima, non diventare convincente soltanto dopo che l’evento è avvenuto.
Dopo la scossa più forte, il peggio è passato?
Non necessariamente. Dopo un terremoto importante la crosta deve trovare un nuovo equilibrio e nella zona possono verificarsi numerose repliche, o aftershock.
In genere diventano meno frequenti con il passare del tempo, ma possono proseguire per giorni, mesi e, dopo terremoti molto grandi, anche per periodi più lunghi. Lo United States Geological Survey li descrive come riassestamenti che avvengono intorno alla porzione di faglia coinvolta nella scossa principale.
C’è un’altra complicazione: può verificarsi una scossa ancora più forte.
In quel caso cambia perfino il vocabolario. Quella che fino a quel momento chiamavamo “scossa principale” diventa un foreshock e il nuovo terremoto prende il ruolo di mainshock.
La natura, insomma, non conosce le nostre classificazioni. Siamo noi ad assegnarle dopo aver visto come evolve una sequenza.
Se non possiamo prevederli, che cosa possiamo fare?
Qui la scienza offre una risposta molto più concreta.
Un terremoto è un fenomeno naturale. Una catastrofe non lo è necessariamente.
La stessa magnitudo può produrre conseguenze completamente diverse a seconda di dove avviene, della qualità degli edifici, della densità della popolazione e della preparazione del territorio.
Per questo parlare soltanto della probabilità che avvenga un terremoto rischia di far perdere di vista una parte essenziale del problema.
Come ha ricordato Domenico Patanè, dirigente di ricerca dell’INGV, “il rischio sismico non dipende solo dalla pericolosità, ma dalla combinazione tra vulnerabilità ed esposizione”.
È forse la frase che più di tutte sposta la prospettiva.
Non possiamo impedire alle placche di muoversi. Non possiamo decidere quando una faglia si romperà. E, almeno per ora, non possiamo chiedere a un algoritmo di dirci il giorno del prossimo grande terremoto.
Possiamo, però, conoscere meglio il territorio, costruire edifici capaci di resistere, monitorare le faglie, sviluppare sistemi di allerta sempre più rapidi e sapere come comportarci quando la terra comincia a muoversi.
La domanda più affascinante resta quando arriverà il prossimo terremoto, ma quella che oggi può salvare più vite è un’altra: quanto saremo pronti quando arriverà?