L’ombra, a Trieste, adesso si compra. 49.519,44 euro di appalto affidato il 25 giugno, fioriere monumentali in legno e acciaio, platani alti 250 centimetri potati a tetto perché l’ombra cada larga. Il sindaco Roberto Dipiazza (Forza Italia) le ha presentate il 6 agosto in piazza Venezia e ha spiegato che servono «per cercare di mitigare gli effetti dei cambiamenti climatici». L’intervento, ha aggiunto l’assessore Michele Babuder, lo paga l’imposta di soggiorno. Il fresco lo comprano i turisti, e non è servito chiamarlo politica per il clima.
Chiamarla così costerebbe caro. È la stessa area politica che a Bruxelles ha lavorato per smontare il Green deal. L’allora vicesegretario della Lega, Roberto Vannacci, nel 2024 riconosceva mutamenti d’origine antropica salvo aggiungere che «il pianeta è capace di autoregolarsi». Poi si torna nei comuni, si guarda il termometro delle piazze e si comprano alberi in vaso. L’adattamento è la politica climatica clandestina della destra italiana: si fa, si finanzia, non si nomina.
Il fondo che non dice il suo nome
Attenzione al capolavoro lessicale. Con la legge di bilancio 197 del 2022 il governo ha istituito il Fondo per il contrasto del consumo di suolo: 160 milioni fino al 2027, ripartiti alle Regioni col decreto dell’Ambiente numero 2 del 2 gennaio 2025. Finanzia la rinaturalizzazione dei suoli degradati in città, che tradotto vuol dire togliere asfalto. La viceministra Vannia Gava (Lega) l’ha presentato come un investimento nella sicurezza delle città. Del riscaldamento globale nel titolo non c’è traccia, e non è una svista.
Poi i soldi camminano da soli. Alla Liguria ne sono arrivati 3.930.180 e la Regione li ha messi a bando. Il Comune di Genova ha candidato il parco di Villa Bombrini, a Cornigliano, oltre 13 ettari al posto di un piazzale asfaltato. Ed è la prima città italiana ad avere scritto la depavimentazione dentro il Piano urbanistico comunale. A Padova il Comune ha mappato 400 aree pubbliche, 280mila metri quadrati. Lì il nome si pronuncia, e sono giunte di centrosinistra. Altrove si fa lo stesso lavoro e si chiama decoro urbano.
Il conto arriva comunque. Nel 2024 l’Italia ha coperto di superfici artificiali 83,7 chilometri quadrati contro 5,2 recuperati: 230mila metri quadrati al giorno, il dato Ispra peggiore degli ultimi dodici anni. Le regioni con la quota più alta di territorio già consumato sono Lombardia, 12,22 per cento, e Veneto, 11,86. Il verde si annuncia e il cemento si autorizza.
Il piano che ha aspettato due anni
Il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici esiste dal 21 dicembre 2023, decreto 434 firmato dal ministro Gilberto Pichetto Fratin, con 361 azioni da attuare. A coordinarlo doveva pensarci entro tre mesi un Osservatorio nazionale, incaricato anche di individuare le possibili fonti di finanziamento, cioè di trovare i soldi che il Piano non aveva. È arrivato con il decreto 455 del 16 dicembre 2025, sedici componenti, e si è insediato il 24 febbraio 2026.
Il ministero del Lavoro ha recepito con il decreto 95 del 9 luglio 2025 un protocollo quadro sui rischi lavorativi legati, testualmente, alle “emergenze climatiche”. La Lombardia ha vietato con l’ordinanza 484 del 9 giugno 2026 il lavoro sotto il sole fra le 12.30 e le 16, fino al 23 settembre, in agricoltura, nei cantieri e nelle cave. Il titolo dell’atto parla di igiene e sanità pubblica. Il caldo, come causa, non compare.
Curare la febbre e negare l’infezione ha una ragione contabile: ammettere la causa obbligherebbe a tagliare le emissioni, e tagliare le emissioni costa consenso nell’automotive e nell’edilizia. Restano le fioriere di piazza della Borsa, pagate dai turisti, con sotto il loro bel fondo di asfalto intatto.