Tre segni sul finestrino blindato lasciati da un corpo contundente sull’auto di scorta della pm Alessandra Cerreti, un’auto che era parcheggiata nel cortile del Palazzo di Giustizia di Milano, proprio lì dove lo Stato dovrebbe sentirsi a casa, e che aveva i giubbotti antiproiettile della scorta chiusi dentro.
Cerreti è la pm della Direzione distrettuale antimafia(Dda) di Milano che con Rosario Ferracane ha portato a processo Hydra, l’inchiesta sul consorzio fra Cosa nostra, ‘ndrangheta e camorra in Lombardia, arrivata il 12 gennaio a 62 condanne in rito abbreviato. Lunedì scorso l’informativa è partita verso la Procura di Brescia, che è competente sui magistrati del distretto di Milano. Da allora il caso viaggia come una pratica qualsiasi fra due uffici.
Lucia Musti, procuratrice generale di Torino, sabato al convegno di Libera Non è altrove l’ha detto chiaro: dell’attacco a Cerreti “si è parlato molto poco”. Poi ha aggiunto, e lei stessa l’ha detto maliziosamente, che forse con un magistrato in servizio “a sud di Roma”, o con un uomo, la risonanza sarebbe stata maggiore. Il sospetto di Musti ha precedenti. Un anno fa le auto di scorta della pm sono state divise da un Suv nero in autostrada e seguite da vicino fin dentro Milano, gli accertamenti su quel Suv sono caduti nel vuoto e l’episodio si è saputo solo adesso.
Non solo Hydra e Cerreti: una minaccia ogni 28 ore
I numeri danno ragione al sospetto di Musti. Il sedicesimo rapporto “Amministratori sotto tiro” di Avviso Pubblico ha contato 309 intimidazioni contro amministratori e dipendenti degli enti locali nel 2025, una ogni 28 ore, il 6 per cento in meno dell’anno prima, solo che intanto la geografia si sposta: il Nord-Ovest sale a 44 casi e la Lombardia, con 30 episodi e un aumento del 58 per cento sul 2024, è la regione più colpita del Centro-Nord. Lei lo chiama “terrore silente”, quello che in Piemonte e in Emilia-Romagna ha fatto credere per decenni alla «favoletta» dell’assenza delle mafie, visto che per strada non si sparava col kalashnikov.
Il silenzio si misura anche fuori dalle aule. Nell’indagine Ipsos Doxa diffusa a luglio il 50 per cento degli italiani mette le mafie fra i problemi più urgenti del Paese, contro il 62 del 2022. Luca Tescaroli, procuratore di Prato, a giugno ha spiegato alla rivista La Magistratura che l’attenzione sulle mafie è caduta, probabilmente anche per una strategia delle mafie stesse, pensata per non destare allarme sociale. Il giornalista di Report Giorgio Mottola, come ha riportato Antimafia Duemila, a maggio alla Bicocca aveva detto la stessa cosa in modo più semplice: “Hydra non interessa perché non si ammazza”. Insomma raccontiamo le mafie solo quando lasciano un corpo sull’asfalto, e le mafie, che lo sanno da anni, hanno imparato a non lasciarlo più.
Sovraesposti e poco protetti
Paolo Borsellino questo esatto meccanismo l’aveva descritto il 26 gennaio 1989, in una lezione agli studenti dell’istituto Remondini di Bassano del Grappa. Parlava di una “delega inammissibile” a magistrati e polizia, lasciati a occuparsi da soli della mafia, e ne indicava il prezzo: chi indaga si ritrova “estremamente sovraesposto e poco protetto”, perché per il criminale eliminare quel magistrato significa eliminare l’unico nemico che ha. Pochi mesi prima la sua denuncia sulla smobilitazione del pool antimafia di Palermo, affidata a Repubblica e all’Unità, aveva acceso sui giornali una polemica durata tutto l’agosto del 1988. Trentotto anni dopo la smobilitazione costa molto meno. Basta che nessuno ne parli.
La nota con tutti gli episodi di minacce contro Cerreti, compreso l’inseguimento in autostrada, è stata trasmessa alla Commissione parlamentare antimafia. Sta lì, agli atti. Tre segni su un vetro blindato che ha retto, e intorno un silenzio che regge ancora meglio, tenuto in piedi ogni giorno da giornali e partiti.