Sono 226 i casi confermati di West Nile virus segnalati in Italia dall’inizio della sorveglianza 2026 al 12 agosto. Una settimana prima erano 141. In sette giorni, quindi, le segnalazioni sono aumentate di 85 casi, circa il 60%, ma il numero che forse racconta meglio quello che sta accadendo non è 226.
È 55.
Sono ormai 55 le province italiane nelle quali è stata dimostrata la circolazione del virus nell’uomo, negli animali o nelle zanzare, distribuite in 16 regioni, dal Piemonte alla Sicilia e alla Sardegna. Una settimana prima erano 50.
La West Nile non è una malattia nuova in Italia e il 2026, almeno per ora, non è nemmeno l’anno con più casi a questo punto dell’estate: il 13 agosto 2025 l’Istituto superiore di sanità ne aveva registrati 275, ma la geografia racconta qualcosa di interessante. Nello stesso periodo dello scorso anno la circolazione era stata dimostrata in 52 province di 15 regioni; oggi sono 55 province in 16 regioni.
È una differenza apparentemente piccola che si inserisce, però, in una trasformazione più ampia: le malattie trasmesse dalle zanzare stanno occupando una parte sempre maggiore della mappa sanitaria europea.
La zanzara responsabile, nel caso della West Nile, probabilmente è già entrata molte volte nelle nostre case.
West Nile in Italia, 226 casi e 102 forme neuro-invasive
L’ultimo report dell’Istituto superiore di sanità, pubblicato il 13 agosto e aggiornato al giorno precedente, divide i 226 casi confermati in tre grandi gruppi: 102 forme neuro-invasive, 86 casi di febbre e 38 infezioni asintomatiche individuate attraverso i controlli sui donatori di sangue. Due casi sono importati dall’estero. Sono stati, inoltre, notificati sette decessi, uno relativo a un caso importato.
La Lombardia registra al momento il maggior numero di casi, 63, seguita dal Lazio con 35, Piemonte e Veneto con 33 ciascuno ed Emilia-Romagna con 27. Seguono Campania, Sardegna e altre regioni, ma la presenza del virus non coincide soltanto con la mappa dei malati: la sorveglianza italiana cerca il West Nile anche nelle zanzare e negli animali proprio per individuare la circolazione prima che emerga attraverso i casi umani.
Ed è per questo che la cartina dell’ISS è forse più importante del semplice conteggio dei contagi.
Non è la zanzara tigre: il vettore è quella “comune”
Quando si parla di malattie trasmesse dalle zanzare, il pensiero corre quasi automaticamente alla zanzara tigre. Per il West Nile, però, la protagonista principale in Italia è un’altra.
È la Culex pipiens, la cosiddetta zanzara comune o notturna. È una specie autoctona, già largamente presente sul territorio italiano ed europeo, ed è considerata il principale vettore del West Nile in Europa.
Questo cambia parecchio il modo in cui dobbiamo immaginare il problema. Non siamo necessariamente di fronte a un insetto esotico che “arriva” in Italia. Il vettore è già qui.
Ciò che può cambiare sono le condizioni nelle quali riesce a moltiplicarsi, sopravvivere e trasmettere il virus.
L’Organizzazione mondiale della sanità ha avvertito quest’estate che temperature più elevate e stagioni calde più lunghe possono concedere alle zanzare più tempo e più territorio nei quali trasmettere il West Nile. In Europa la maggior parte dei contagi avviene dalla tarda primavera all’autunno, con il periodo di massima trasmissione generalmente tra luglio e settembre.
Questo non significa che ogni aumento annuale dei casi possa essere attribuito semplicemente al cambiamento climatico. La circolazione del West Nile dipende da molte variabili, temperatura, precipitazioni, disponibilità d’acqua, densità e comportamento delle zanzare, presenza degli uccelli, caratteristiche del territorio e capacità dei sistemi sanitari di individuare i casi, ma il clima sta modificando alcune delle condizioni di fondo nelle quali il ciclo può svilupparsi.
Perché gli uccelli sono al centro della storia
C’è un altro elemento poco intuitivo: il West Nile non circola principalmente dall’uomo alla zanzara e poi a un altro uomo.
Il suo ciclo naturale è soprattutto tra uccelli e zanzare.
Una Culex punge un uccello infetto, acquisisce il virus e può successivamente trasmetterlo attraverso una nuova puntura. Uomini e cavalli possono infettarsi, ma vengono generalmente considerati ospiti accidentali: normalmente non sviluppano nel sangue una quantità di virus sufficiente a mantenere il ciclo di trasmissione.
È per questo che la sorveglianza italiana non guarda soltanto agli ospedali.
Controlla persone, donatori di sangue, zanzare, uccelli e altri animali. È un esempio concreto dell’approccio chiamato One Health: salute umana, animale e ambientale vengono osservate insieme perché, nel caso di un virus come questo, separarle avrebbe poco senso.
In altre parole, una zanzara positiva o un animale infetto possono diventare una specie di sentinella che segnala la presenza del virus sul territorio.
La mappa italiana non è più soltanto quella della Pianura Padana
Per anni il West Nile italiano è stato associato soprattutto alle grandi aree umide e agricole del Nord, in particolare alla Pianura Padana.
La fotografia del 2026 è molto più larga.
L’ISS documenta la circolazione del virus in Piemonte, Lombardia, Veneto, Friuli-Venezia Giulia, Liguria, Emilia-Romagna, Toscana, Umbria, Lazio, Abruzzo, Molise, Campania, Puglia, Calabria, Sicilia e Sardegna.
Non significa che tutte queste regioni abbiano lo stesso rischio né lo stesso numero di malati. Significa, però, che considerare il West Nile una questione confinata ad alcune province del Nord è ormai una rappresentazione incompleta.
Il confronto con lo scorso anno aggiunge un elemento interessante: a metà agosto 2025 i casi erano persino più numerosi, 275 contro gli attuali 226, ma la circolazione documentata interessava 52 province di 15 regioni.
Il dato del 2026, dunque, non racconta semplicemente “più virus”. Racconta un territorio molto ampio nel quale il virus riesce a circolare.
102 casi neurologici su 226 non significa che quasi la metà dei contagi diventi grave
C’è poi un numero che, letto senza spiegazioni, potrebbe spaventare inutilmente.
Su 226 casi confermati, 102 sono forme neuro-invasive. Sembrerebbe quasi la metà, ma non significa affatto che una persona infettata abbia il 45% di probabilità di sviluppare una meningite o un’encefalite.
È l’effetto di ciò che vediamo attraverso la sorveglianza: le infezioni più gravi hanno molte più probabilità di essere diagnosticate, mentre un’enorme quantità di infezioni non produce alcun sintomo e quindi non viene mai identificata.
Secondo l’OMS, circa il 70-80% delle persone infettate non sviluppa sintomi; una parte manifesta febbre, mal di testa, stanchezza, dolori muscolari, nausea o eruzioni cutanee. Solo circa una persona infettata su 150 sviluppa una forma grave che coinvolge il sistema nervoso centrale, come encefalite o meningite. Il rischio di malattia grave aumenta soprattutto nelle persone anziane e immunodepresse.
È una distinzione fondamentale: i 226 sono casi conosciuti, non il numero reale di tutte le persone che hanno incontrato il virus.
Perché vengono controllati anche i donatori di sangue
Tra i casi del 2026 ce ne sono 38 scoperti in persone asintomatiche che stavano donando sangue.
È un dettaglio che mostra perché la sorveglianza del West Nile riguarda anche la sicurezza del sistema trasfusionale.
La trasmissione avviene quasi sempre attraverso una zanzara infetta, ma sono documentate, seppure raramente, anche trasmissioni attraverso sangue, trapianti e dalla madre al bambino durante gravidanza o allattamento. Per questo, quando viene rilevata la circolazione del virus in un territorio, scattano specifiche misure di sicurezza per sangue e trapianti.
La scoperta di un donatore positivo senza sintomi, quindi, non è una curiosità statistica: è parte di un sistema progettato proprio per intercettare ciò che altrimenti rimarrebbe invisibile.
Non esiste un vaccino per l’uomo: cosa possiamo fare
Per il West Nile non esiste attualmente un vaccino autorizzato per l’uomo né una terapia antivirale specifica. Nei casi lievi il trattamento riguarda i sintomi; nei casi gravi può essere necessaria assistenza ospedaliera.
La prevenzione rimane, quindi, sorprendentemente semplice: evitare il più possibile le punture.
L’OMS raccomanda repellenti appropriati, zanzariere e protezioni alle finestre, vestiti che coprano maggiormente il corpo e particolare attenzione nelle ore in cui le zanzare Culex sono più attive. Ma, soprattutto, invita a eliminare l’acqua stagnante da sottovasi, recipienti e contenitori nei quali le zanzare possono riprodursi.
Sono comportamenti quasi banali rispetto alla complessità del fenomeno. Eppure possono fare la differenza.
Non un’emergenza nuova, ma una geografia da osservare
L’OMS lo riassume con una considerazione più ampia: il West Nile non è una minaccia nuova, sono le condizioni che ne favoriscono la diffusione a cambiare. Temperature più alte e stagioni calde più lunghe possono ampliare il tempo e lo spazio disponibili alla trasmissione.
Forse è questa la vera storia dietro i 226 casi.
Non una nuova zanzara che improvvisamente invade l’Italia, ma una zanzara che conosciamo da sempre, un virus che abbiamo imparato a sorvegliare e una mappa del rischio che non possiamo più considerare immutabile.