Corsa al riarmo, perché i miliardi in spesa militare non diventano crescita: il moltiplicatore che non moltiplica

Corsa al riarmo, perché i miliardi in spesa militare non diventano crescita: il moltiplicatore che non moltiplica

Corsa al riarmo, perché i miliardi in spesa militare non diventano crescita: il moltiplicatore che non moltiplica

«In Italia il Safe è un’alternativa al Bot»: lo ha detto il ministro della Difesa Guido Crosetto davanti alle commissioni riunite Esteri e Difesa di Camera e Senato, e in nove parole ha smontato tre anni di racconto sul riarmo che fa crescere il Paese, perché i 14,9 miliardi che l’Italia ha prenotato sullo strumento europeo sono, parole sue, «uno strumento di finanziamento della spesa militare, non aggiuntivo di quella prevista a bilancio».

Tradotto: l’economia italiana resta con quello che ha, e cambia soltanto la firma sulla cambiale. E infatti poche ore dopo il vicepremier Antonio Tajani, che la mattina del 28 luglio l’aveva presentata come una scelta già fatta, spiegava ai cronisti che di quei miliardi probabilmente ne useremo sei, sette, otto o nove. Prenotarne quindici senza sapere quanti servano: un capolavoro di programmazione industriale.

Il moltiplicatore che non moltiplica

La promessa, del resto, gira da anni ed è sempre la stessa: più spesa militare, più crescita, più lavoro. Confindustria, nelle simulazioni pubblicate sul suo sito, arriva a un moltiplicatore di 2,0 nell’ipotesi migliore. Peccato che i conti li abbiano fatti anche altri. L‘Ocse, nel capitolo sulla difesa dell’Economic Outlook di giugno 2026, colloca i moltiplicatori fra 0,6 e 1, cioè fra sessanta centesimi e un euro di prodotto aggiuntivo per ogni euro speso, con benefici di lungo periodo incerti.

Il Fondo monetario internazionale, che nel World Economic Outlook di aprile ha passato al setaccio 215 episodi di riarmo in 164 Paesi dal 1946 al 2024, trova un moltiplicatore attorno a uno, però con un dettaglio che qui pesa più di tutto il resto: è più alto per i Paesi che le armi non le importano.

E l’Italia le importa. L’Ufficio parlamentare di bilancio stima che circa il 60 per cento della maggiore domanda di investimenti nel comparto verrebbe soddisfatto da importazioni, mentre la Banca d’Italia, nella Relazione annuale del 29 maggio 2026 ripresa dal Sole 24 Ore, conta che un terzo del fabbisogno nazionale di equipaggiamenti militari arriva già oggi da fuori. Il rapporto Draghi aveva misurato la stessa emorragia su scala continentale: il 78 per cento della domanda europea di equipaggiamenti va a produttori esteri, il 63 agli statunitensi. Insomma, il debito lo firmiamo noi e la fabbrica sta altrove.

Comprare non è saper fare

Sul lavoro il conto è ancora più magro, perché secondo il rapporto di Mediobanca il valore aggiunto dell’industria della difesa vale circa lo 0,3 per cento del Pil italiano e gli occupati riconducibili al comparto in Italia superano di poco le 54 mila unità. Il 5 agosto 2026, intanto, il governo autorizzava con il golden power la cessione del 70 per cento di Tekne, l’azienda di Ortona che occupa circa 180 persone e produce veicoli militari, guerra elettronica e sistemi anti-drone, alla statunitense Nuburu per poco meno di 35 milioni: esattamente i settori che il regolamento europeo 2025/1106 elenca fra i prioritari, venduti proprio mentre si discute di come finanziarli.

Prima era toccato a Piaggio Aerospace, passata alla turca Baykar. Come ha scritto InsideOver, un Paese può comprarsi il sistema d’arma più sofisticato del mondo e restare strategicamente dipendente se non controlla più la tecnologia per aggiornarlo, e noi ci stiamo indebitando esattamente per questo.

Resta la domanda di chi paga. Il Fondo monetario ha misurato che in quegli episodi il debito pubblico sale in media di quasi 7 punti di Pil in tre anni e che nel 26 per cento dei casi il riarmo viene finanziato riallocando spesa già stanziata: e allora la spesa per la protezione sociale e per la sanità scende del 25 per cento, quella per l’istruzione del 14. Il ministro competente, intanto, ha già ammesso in Parlamento che quei soldi finanziano spese iscritte a bilancio. Il resto è debito, e cioè un titolo di Stato con l’uniforme addosso.