Il secondo colpo è arrivato sulla scala esterna dell’ospedale Nasser di Khan Younis, il 25 agosto 2025, mentre soccorritori e cronisti salivano a documentare il primo. Ventidue morti, cinque giornalisti: Hussam al-Masri di Reuters, Mohammed Salama di Al Jazeera, Ahmed Abu Aziz, Moaz Abu Taha e Mariam Dagga, trentatré anni, dell’Associated Press. L’inchiesta preliminare dell’esercito israeliano spiegò che l’obiettivo era una telecamera di Hamas ed elencò sei uccisi definiti terroristi. Nessuno dei cinque giornalisti. Benjamin Netanyahu parlò di un tragico incidente e il capo di Stato maggiore Eyal Zamir ordinò di colmare le lacune, a partire dalla catena di comando che autorizzò i colpi.
Un anno dopo il padre Riyad Dagga dice a LaPresse che aspetta ancora i risultati dell’indagine. Il Committee to Protect Journalists conta duecentonove giornalisti e operatori dei media uccisi da Israele dal 7 ottobre 2023, almeno settantacinque uccisi deliberatamente per il loro lavoro, e la direttrice Jodie Ginsberg ricorda che in ventiquattro anni in Israele nessuno è mai stato ritenuto responsabile dell’uccisione di un giornalista.
Il 12 novembre 2025 Fnsi e Ordine dei giornalisti hanno chiesto al governo italiano e alla Commissione europea di far entrare la stampa internazionale a Gaza, e il 5 gennaio 2026 il governo israeliano ha comunicato alla Corte suprema che il divieto resta per ragioni di sicurezza. L’unico obiettivo aperto sulla Striscia resta quello dei palestinesi che la raccontano da dentro. E Freedom Flotilla ha presentato a Livorno il concerto del 31 agosto per l’ospedale Al-Awda. Il 24 agosto, al Meeting di Rimini, padre Gabriel Romanelli, parroco della Sacra Famiglia a Gaza City, ha detto: «Nella Striscia di Gaza la realtà è terribile, dai media è sparita ma la catastrofe non è sparita per niente».