Le Lettere

L’isola fortunata

Col referendum l’Islanda ha rifiutato l’adesione all’Ue. Peggio per lei. Adesso però è sola a difendersi dalle mire geopolitiche delle superpotenze.
Gino Ramelli
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Gentile lettore, meno male che ha vinto il No, altrimenti avremmo un’altra palla al piede come i tre Baltici che non contano niente sul piano economico e militare però fanno blocco a Bruxelles con gli altri nordici e impongono all’Ue i loro interessi, diversissimi da quelli dell’Italia e del Sud Europa. Presuntuosi e spocchiosi, i nord europei vivono nella convinzione di essere “superiori”. I tre nani baltici, visto il peso loro concesso nell’amministrazione dell’Ue in cui detengono 3 commissari in posti chiave (l’Italia uno, di serie B), ormai soffrono di un complesso di onnipotenza. Ricorda il presidente lituano Nausèda? Quello che disse: “La Cina alza troppo la cresta. Dobbiamo darle una lezione”. Vada lui col suo paesello a dirlo a Pechino. Se la metà del miliardo e mezzo di cinesi va a fare la pipì a Vilnius, la Lituania affonda nel mare. L’Islanda, con 350 mila abitanti e lo stesso Pil della provincia di Bergamo, conta meno della Lituania. Quanto al ruolo geostrategico, è nullo, mi creda. Pechino non sa che farsene dell’Islanda, non la vuole neanche regalata, e Mosca ha altro a cui pensare. Il valore geostrategico delle rotte del Nord è un’invenzione americana, come il presunto ma inesistente traffico di droga in Venezuela: è stato inventato da Trump per la Groenlandia, che lui voleva accaparrarsi. L’Islanda è più fortunata: a differenza di Groenlandia e Venezuela, non ha petrolio e materie prime, sennò Trump se la sarebbe già presa.