Tra le Olimpiadi invernali e il medagliere da record dei recenti Europei di Atletica e di Nuoto, quel sentimento di nostalgia per il mancato appuntamento col calcio mondiale poteva essere una debolezza facile da archiviare per un’Italia sempre più distratta dal panem et circenses.
I valori di certi sport di nicchia dovevano curare quella vecchia ferita con un rispetto e uno spirito di sacrificio che l’esasperazione delle tifoserie calcistiche, oggi, hanno dimenticato, ma il “machismo” di uno sport che ha visto cambiare idoli e protagonisti, schemi di gioco e formule Champions non è mai cambiato nella cultura sessista dell’italiano medio.
Capita così che a Zagabria il corpo sanissimo di Manila Esposito, lo strumento perfetto di un’atleta pluri-decorata, sia stato strappato alla pregevolezza di una performance da medaglia d’oro proprio nel “corpo libero”, e sia finito soggiogato dal chiacchiericcio di chi pretendeva qualcosa da dire: “troppo grossa”; “[…] in carne”; “se perdesse una decina di chili in meno[…]”; “[…] se fosse più magra […]”; “[…] una volta le ginnaste erano filiformi”.
L’atleta ha risposto con tre podi e col sostegno delle istituzioni, ma è diventata l’epitome di un’abitudine tutta italiana in cui si valuta caso per caso, anche con la ragione dalla propria parte.
Perché a Filippo Pelati, che ha vinto 4 delle 43 medaglie della spedizione italiana agli Europei di Parigi, questa Italia meloniana non ha regalato neanche un mantello da supereroe per proteggersi dal letame dei nullafacenti: “bella gnocca”; “c’era anche Vladimir Luxuria?”; “poteva evitare le scene gay”; “truccarsi e sculettare fa parte della performance sportiva?”.
Filippo, che nel programma del “solo libero maschile” ha coreografato “Radio Gaga” dei Queen e dell’icona LGBTQ+ Freddy Mercury, è emerso dall’acqua col mascara devastato dallo sforzo fisico, regalando allo sport un momento iconografico perfetto, e agli omofobi tutto il resto.
E, una volta intervistato dalla Rai, avulsa da qualunque solidarietà, refrattaria ad un unanime sdegno, ci ha tenuto a ribadire quel punto che nessun giornalista gli ha chiesto: “Non è uno sport semplice, come si può capire dai commenti […], ma l’importante è fare ciò che si sente e ci rende felici”.
Non una polemica, ma un pensiero per tutti quei ragazzini, incerti tra paura e desiderio di esprimere se stessi, e per i quali, contro quel letame, può esserci ancora un salvagente: quello di chi ce l’ha fatta.