Dopo mesi di sussurri, mezzi messaggi, strappi in avanti e frenate, Mario Calabresi rompe gli indugi e compie il primo passo verso la candidatura alle primarie per il sindaco di Milano. Ieri l’ex direttore di Repubblica e Stampa ha lasciato la direzione di Chora Media e la presidenza di Be Water Content, e ha ceduto le sue quote, rivolgendosi a un futuro “non editoriale”. Un modo elegante per dire: mi candido.
Ma cosa pensa Calabresi di Milano?
Non proprio una sorpresa, ma un segnale chiaro che la macchina è partita. Ciò che invece non è per nulla chiaro è quale sia la visione di Milano by Calabresi. A oggi non ha mai detto una parola sui temi scottanti della città: dal Pgt, all’urbanistica, dalla vicenda San Siro alle periferie, al modello di sviluppo che vorrebbe imprimere alla città. Il programma, per ora, non esiste.
Così com’è altrettanto chiaro che la candidatura Calabresi non nasce nel vuoto: è la mossa preparata da tempo dall’area degli ex pisapiani e benedetta dai riformisti del Pd, quelli che vedono nelle primarie di coalizione non uno strumento di democrazia, ma un rischio da disinnescare.
Primarie a rischio? Azione lavora per farle saltare
Il timore, neanche troppo velato, è che le urne dei gazebo consegnino la candidatura a Pierfrancesco Majorino, esponente di area più movimentista, non gradito a chi immagina un centrosinistra più moderato e “pragmatico”. Non a caso, poche ore dopo l’annuncio, è arrivata la sponda di Azione. Il consigliere Daniele Nahum lo dice senza troppi giri di parole: “Calabresi rappresenta un profilo eccellente per guidare Milano”.
E aggiunge, sprezzante verso il metodo democratico interno alla coalizione: “È surreale impuntarsi sulle primarie, che sono nei fatti solo un regolamento di conti interno al Pd”. Tradotto: le primarie vanno bene finché producono il nome giusto, altrimenti sono un problema. Nahum si spinge oltre, mettendo un paletto neanche troppo velato su Majorino: se dal percorso di selezione dovesse emergere “un candidato di sinistra massimalista”, Azione non parteciperà alla coalizione e valuterà una corsa autonoma.
Il risultato è un cortocircuito perfetto: da una parte un candidato di cui non si conosce ancora una sola proposta concreta per Milano, dall’altra un pezzo di coalizione che lavora apertamente per evitare che gli elettori possano scegliere tra lui e un’alternativa interna al campo largo.
Le primarie, che dovrebbero essere il momento in cui i cittadini scelgono, rischiano così di trasformarsi nell’ostacolo da rimuovere prima ancora che si comprenda cosa il centrosinistra abbia davvero da offrire alla città dopo Beppe Sala.