L’8 settembre non fu soltanto lo smarrimento di una nazione, ma l’inizio di una scelta: tra chi resistette al nazifascismo e chi scelse di restare dalla parte del regime. Ricordarlo significa oggi difendere la memoria di quegli Italiani che scelsero la Resistenza e i principi della Costituzione.
A parte la sensibilità e il monito del Presidente della Repubblica intervenuto alla cerimonia organizzata dalle Forze Armate a Porta San Paolo, l’anniversario dell’8 settembre 1943 passa ormai come una data dimenticata nel calendario civile dei media, e persino degli storici. Per troppo tempo si è indugiato sull’8 settembre 1943 come data dell’ armistizio per indicare una resa di fatto, la ‘morte della patria’ e ‘una nazione allo sbando’. Ne abusano i revisionisti che vogliono ridimensionare quel ciclo di rinascita culminato nella Resistenza e nella nascita della Repubblica: intendono oscurare quella riscossa morale, quella netta distinzione storica tra chi l’8 settembre scelse ancora il regime e chi scelse la libertà, per falsificare le fondamenta stesse della nostra convivenza civile costruita sui valori della Costituzione.
Furono in pochi, certo, ad assumere iniziative di fronte ad un popolo e un esercito smarrito, ma comunque è proprio a quella élite che si deve l’alba di una rinascita etica che avrebbe condotto l’Italia alla libertà e alla democrazia. La narrazione distorta che ancora oggi dipinge quella data solo come l’ora della fuga dei vertici, o la liberazione solo un’opera degli Alleati, cancella colpevolmente il risveglio della coscienza civile di migliaia di italiani che, nel caos più assoluto, decisero da quale parte della storia schierarsi. La rinascita nacque proprio in quelle ore di smarrimento, dove si ritrovò un giuramento morale che riaccese i cuori e le menti di ufficiali, soldati e cittadini comuni.
Il primo no inflessibile all’invasore nazista risuonò a Eboli, dove il Generale Ferrante Vincenzo Gonzaga, comandante della 222ª Divisione Costiera, rifiutò categoricamente di consegnare le armi al raggruppamento tedesco: nel portare la mano alla propria pistola ordinando ai suoi uomini di resistere, fu ucciso sul posto da un ufficiale nazista, diventando il primo italiano a cadere per la Resistenza. Nelle stesse ore, alle porte della capitale, i Granatieri di Sardegna e i Carabinieri Reali, affiancati da cittadini accorsi spontaneamente, diedero vita all’eroica reazione di Porta San Paolo, trasformando le strade di Roma nel primo campo di battaglia contro l’oppressione della Wehrmacht. La premessa di una nuova Italia era già stata tracciata il 25 luglio precedente, quando furono proprio i Carabinieri ad arrestare Benito Mussolini a Villa Savoia, sancendo la fine istituzionale del ventennio.
Quel filo invisibile di legalità e coraggio guidò, insieme a tanti altri ufficiali, il giovane Tenente Carlo Alberto dalla Chiesa, che a San Benedetto del Tronto rifiutò la collaborazione con gli occupanti, organizzò attivamente una rete clandestina di patrioti e mandò a monte il piano tedesco di requisizione della flottiglia dei motopescherecci prima di passare le linee nemiche per unirsi alle forze di liberazione. A Roma, il Generale Filippo Caruso radunò migliaia di militari scampati alla cattura per dare vita alla leggendaria “Banda Caruso”, il Fronte clandestino di resistenza dei carabinieri che operò un’incessante attività di guerriglia, sabotaggio e raccolta informazioni.
Catturato dai tedeschi, resistette anche alle più atroci torture nelle celle di via Tasso senza mai tradire i compagni, riuscendo poi a fuggire. Oltre i confini della penisola, il rifiuto all’alleato di ieri portò al tragico martirio di Cefalonia, dove il Generale Antonio Gandin e la sua Divisione Acqui rifiutarono l’ultimatum di resa imposto dai tedeschi; tra il 15 e il 25 settembre 1943, l’isola greca fu teatro di un massacro senza precedenti in cui caddero in combattimento e furono barbaramente fucilati dopo la cattura – uno spietato crimine di guerra – migliaia di militari italiani (la storiografia parla di cifre fra le 2500 e le 4000 vittime), un olocausto divampato per il solo torto di aver difeso la dignità di non arrendersi.
Questa ferma opposizione al soldo nazista unì l’esercito dislocato nei teatri bellici e le centinaia di migliaia di soldati catturati che divennero gli IMI, gli Internati Militari Italiani: oltre seicentomila uomini che scelsero deliberatamente il lavoro coatto, la fame e la morte nei lager del Terzo Reich piuttosto che firmare l’adesione alla Repubblica Sociale Italiana e tornare a combattere a fianco dei tedeschi. La scelta discriminante era netta, poiché i collaborazionisti della Repubblica di Salò si resero complici delle più efferate stragi naziste sul territorio italiano, offrendo delatori e braccio armato per gli eccidi dei civili e lo sterminio di ebrei e oppositori politici. Quella spirale di sangue trovò il suo culmine nei martiri delle Fosse Ardeatine, dove tra le 335 vittime vennero barbaramente trucidati gli esponenti di spicco del Fronte Militare Clandestino guidati dal Colonnello Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo, mente dell’organizzazione della Resistenza militare nella capitale.
Per questo, cancellare o ridimensionare quella precisa linea di demarcazione tra chi, dopo l’8 settembre, scelse di restare dalla parte del regime e chi invece scelse la libertà significherebbe disconoscere il senso compiuto della nostra comunità civile. Oggi, di fronte a chi con linguaggio da militare fa propaganda politica con assonanze del Ventennio, è bene ricordare il valore autentico di quei civili combattenti della Resistenza, come di quegli stessi militari che ebbero come riferimento il Generale Raffaele Cadorna, comandante del Corpo Volontari della Libertà: si schierarono esplicitamente al fianco dei partiti antifascisti, riconoscendosi in un comune cammino pur nelle diverse sensibilità politiche. Fu precisamente quella convergenza tra le forze popolari e le istituzioni militari a tracciare la rotta che avrebbe condotto l’Italia alla nascita della Repubblica democratica e al varo della Costituzione.
Oggi, a distanza di oltre ottant’anni da quegli eventi, ci troviamo a un passaggio storico cruciale, poiché ottanta anni rappresentano il ciclo naturale di una generazione che scompare, portando con sé gli ultimi testimoni oculari del conflitto. Questo inesorabile dato biologico rischia di far smarrire il valore della memoria, lasciando spazio a revisionismi di comodo, neofascismi striscianti ed equiparazioni inaccettabili. Occorre perciò che dalla comunità civile chi da ogni parte politica ancora si sente portatore di quei valori, superi le divergenze effimere e si unisca nuovamente attorno alla Costituzione in un momento assai difficile per l’ affermazione dei suoi principi.
Occorre ritrovare quell’Italia profonda che può ancora comprendere la memoria di quel sangue versato, far maturare un’opinione pubblica consapevole, che sappia distinguere nitidamente chi crede davvero nei valori della libertà e della democrazia da chi tenta di opacizzarli, e possiede ancora gli anticorpi morali per comprendere dove si nascondono oggi il fascismo e l’autoritarismo. La coscienza civile di un intero popolo è scolpita in modo indelebile nei principi fondamentali della Carta costituzionale, e gli italiani hanno il dovere e la capacità di discriminare chi si riconosce ancora, nei fatti, nelle nostalgie iconografiche, nel linguaggio illiberale del ventennio e di Salò, faticando a prenderne fermamente e definitivamente le distanze, o , peggio ancora, ne ripropone le logiche identitarie e di sopraffazione sotto nuove, mentite spoglie. Così ha ancora senso l’8 settembre, che non fu la fine della Patria, ma il momento in cui l’Italia scelse di non morire, pagando con il sangue dei suoi eroi il diritto di essere una Repubblica democratica fondata sull’antifascismo.
*di Maurizio Delli Santi, membro dell’Associazione Italiana di Sociologia