Tregua armata nella Lega. Salvini finge di aprire alla collegialità

Salvini apre alla collegialità, ma mette subito il recinto: il segretario resta lui. Tregua armata nella Lega fino a Pontida

Tregua armata nella Lega. Salvini finge di aprire alla collegialità

Matteo Salvini apre alla collegialità, ma mette subito il recinto: il segretario resta lui. Nessun passo di lato, nessun triumvirato, nessuna leadership condivisa che possa mettere in discussione il comando. “Coinvolgerò tutte le persone che hanno idee e valori da portare avanti, a partire dai governatori. Quindi sì, ma senza formule del passato”, ha spiegato dal palco delle Officine Farnese a Roma. Poi la precisazione che vale più di tutto il resto: “Non vedo l’ora di condividere, facendo il segretario del partito”.

Tregua armata nella Lega. Salvini finge di aprire alla collegialità

Tradotto: porte aperte al confronto, purché nessuno si dimentichi chi tiene le chiavi. È questa la tregua armata raggiunta con i governatori del Nord, mentre la vecchia guardia continua a chiedere un cambio di passo e una gestione più federale del partito. Tra le ipotesi circolate anche quella di un triumvirato Nord-Centro-Sud, capace di definire “una linea politica che ora non c’è o non si vede”. Il capogruppo al Senato Massimiliano Romeo ha provato a spegnere l’incendio: “Non si sfascia nessuna Lega. La Lega si costruisce insieme”. E ha parlato della necessità di dare “un segnale di forte rinnovamento” alla base e agli elettori. Il problema è capire quanto Salvini sia realmente disposto a condividere e quanto, invece, la collegialità serva soltanto a comprare tempo fino a Pontida.

Parole rassicuranti

Il vertice con Massimiliano Fedriga, Attilio Fontana, Maurizio Fugatti e Luca Zaia ha prodotto una nota rassicurante: clima di “assoluta collaborazione”, roadmap per i prossimi mesi, valorizzazione del “buon governo” leghista e un manifesto programmatico con idee, priorità e proposte. Tutto molto ordinato sulla carta. Molto meno nella sostanza, dove resta aperta la partita sul futuro del partito e sul peso crescente dei governatori settentrionali. Salvini prova a derubricare tutto a normale confronto interno. “Ci siamo dati appuntamento tutti insieme domenica 20 settembre a Pontida, alla faccia di qualche uccello del malaugurio”, ha detto. E sulla possibile fronda nordista ironizza: “Ho ancora cinque camicie verdi nel mio armadio”. Un richiamo alle origini che serve a ricordare agli altri che, prima di molti di loro, lui era già lì.

Ma i governatori del Nord non demordono

Ma anche un segnale di quanto la questione identitaria torni a pesare. I governatori, intanto, guardano all’associazione del Nord come a uno strumento per recuperare autonomia politica e voce sui territori. Non una scissione, almeno per ora, ma certamente un modo per marcare le distanze da una Lega sempre più nazionale, melonizzata nei temi e meno riconoscibile nella sua vecchia base settentrionale. Un contenitore capace di fare pressione sul vertice e di rimettere al centro autonomia, amministratori e interessi del Nord, senza rompere formalmente con Salvini.

Ed è proprio questo il punto più delicato. La contestazione non arriva da una fronda marginale, ma da chi governa le regioni più importanti del partito e dispone di consenso, strutture e radicamento. Salvini può liquidare le tensioni come retroscena, ma difficilmente può ignorare chi gli ricorda che la Lega, prima di diventare il partito personale del Capitano, viveva soprattutto nei territori. Pontida diventa così il banco di prova della tregua. Salvini vuole arrivarci da segretario saldo in sella; i governatori vogliono dimostrare che senza il Nord la Lega perde anima, voti e radicamento. La collegialità promessa dal leader assomiglia quindi più a una concessione obbligata che a una conversione.

Sul tavolo restano anche i dossier economici. Salvini propone una Manovra centrata su crescita, opere pubbliche e sostegno al ceto medio, oltre alla pensione anticipata a 64 anni finanziata con un contributo delle banche. Su questo fronte lo scontro con Forza Italia è già aperto. “Se devo decidere se tassare gli artigiani o venti banchieri, io tasso venti banchieri”, insiste.