Tre miliardi di euro per uno scudo antimissile firmato a Tel Aviv il 31 agosto, il più grande contratto militare fra Grecia e Israele, assegnato alle aziende israeliane per affidamento diretto e senza gara, come ha ricostruito Politico Europe. La Grecia ha preteso il codice sorgente dell’Achilles Shield per aggiornarlo da sola, e a luglio il ministro greco della Difesa Nikos Dendias ha detto, sempre secondo Politico, che diventare ostaggi perfino del Paese più amico è escluso. Chi compra, insomma, sa cosa compra.
Nel database europeo degli appalti Politico ha trovato decine di voci in cui le aziende israeliane sono diventate i fornitori di riferimento per sorveglianza e guerra elettronica. Fra i casi citati da Politico, nel 2025 i Paesi Bassi hanno affidato a Elbit Systems 25 milioni senza gara perché servivano altri servizi dal fornitore del primo appalto, che è proprio il meccanismo con cui chi entra per primo resta dentro.
Tutto questo mentre l’Unione europea prova a muoversi, tardi e con il contagocce. Il 16 settembre 2025 la Commissione internazionale indipendente d’inchiesta delle Nazioni Unite ha concluso che Israele ha commesso genocidio a Gaza. A maggio i ministri degli Esteri hanno sanzionato tre coloni e quattro organizzazioni solo dopo che un cambio di governo a Budapest ha tolto il veto, a luglio la Commissione europea ha fatto circolare le opzioni per vietare o limitare i prodotti delle colonie, e la sospensione commerciale dell’accordo di associazione resta ferma, con l’Italia fra i governi che la frenano.
Israele e otto punti di vantaggio
Poi ci siamo noi. Qui la direzione è un’altra ed è in Gazzetta Ufficiale. La legge 90 del 2024 premia nelle gare pubbliche le tecnologie di cybersicurezza italiane, europee e dell’Alleanza atlantica, un decreto del presidente del Consiglio del 2025 ha messo Israele nella lista dei Paesi terzi ammessi, e dal 3 novembre 2025 le linee guida dell’Agenzia per la cybersicurezza nazionale traducono il premio in otto punti di vantaggio. Sette settimane dopo il rapporto sul genocidio, a Roma comprare anche israeliano è diventato un titolo di merito.
L’interruttore resta a Tel Aviv
Che quella tecnologia viaggi al guinzaglio lo ha ricostruito il New York Times nel gennaio 2022: nell’ottobre 2020 il ministero della Difesa israeliano ha negato il rinnovo della licenza di Pegasus, lo spyware di NSO Group, verso un’agenzia saudita, il programma ha cominciato a bloccarsi ed è bastata una telefonata da Riad al primo ministro Benjamin Netanyahu per riaverla in poche ore. Secondo la stessa inchiesta del New York Times, Messico e Panama hanno cominciato a schierarsi con Israele su risoluzioni dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite dopo aver comprato lo spyware, e il governo israeliano ha sempre negato qualsiasi contropartita. Il controllo israeliano delle esportazioni funziona come un ricatto con il timbro del ministero.
La Spagna ci ha provato. Embargo sulle armi nel settembre 2025 e cancellazione di due contratti con aziende israeliane per circa un miliardo, eppure a marzo il Centre Delàs, in un rapporto ripreso da El Salto, contava ancora in vigore tre contratti per quasi 1,2 miliardi. E si parla di un governo che il genocidio di Gaza lo chiama con il suo nome.
Il deputato europeo cristiano-democratico Niclas Herbst (Cdu), che siede nella delegazione del Parlamento europeo per Israele, a Politico ha ridotto tutto a una scelta fra comprare una buona coscienza o prodotti per la difesa. Gli è sfuggito che nello stesso imballo arriva anche la cattiva coscienza, venduta da un governo che una commissione delle Nazioni Unite giudica responsabile di genocidio e che una licenza l’ha già spenta con un timbro e riaccesa con una telefonata. Tre miliardi, e l’assicurazione contro il ricatto Atene l’ha cercata in un codice sorgente.