Il paradosso dell’abbondanza ha condannato la società del benessere all’isolamento: una solitudine alla quale è difficile dare risposte

Il paradosso dell’abbondanza ha condannato la società del benessere all’isolamento: una solitudine alla quale è difficile dare risposte

Nonostante riguardi gli effetti su un universo incerto e imprevedibile come quello umano, il progresso, in termini sociali e generazionali, è ampiamente misurabile in virtù di un benessere goduto e di un grado di civiltà riconosciuto; non è una variabile filosofica, piuttosto ha una data di scadenza e si rinnova, perché è programmato.
Sembra che abbia a che fare più con le risposte semplici che con le domande complesse, ma non c’è dubbio che nasca dal dubbio di tutti quegli pensatori che non si sono limitati ad un’idea ma hanno trovato soluzioni per la collettività.
Il colmo per una società fondata sul progresso per una comunione di intenti e per un equilibrio diffuso è che gli elementi che la identificano, gli individui, si isolino per tentare la ricerca di qualcosa che non esiste in natura, ma è una costruzione culturale e un riflesso psicologico: la serenità.

Ci sarebbero da fare congetture sul modo in cui l’obbligo morale a migliorare lo stato globale ci renda tendenzialmente più soli, qualcosa che vada al di là dei meme di case sulla scogliera, circondate dal nulla, o di un’ironia a buon mercato di quanto si stia meglio per conto proprio, ma la verità è che la solitudine è un abito molto complesso da indossare, e persino ambire di rimanere fuori dal gregge è un’utopia di molti che diventa una condanna per qualcun altro.
In uno scenario epocale in cui la comunicazione è diventata polivalente ci siamo scoperti incapaci di intrattenere rapporti profondi; ci facciamo bastare il supporto di Siri e di ChatGPT, che non chiedono niente in cambio se non la condivisione silente dei nostri dati, preferenze che parlano per noi e rispecchiano il nostro pensiero fatto di #hashtag e algoritmi, siamo diventati sintetici in tutto, dalle frasi troncate in ellissi e combinazioni di emoticon, alle connessioni che sono più social e meno sociali.
Ogni giorno ci risvegliamo dal torpore di questa abbondanza più fragili: una condanna alla povertà emotiva contro la ricchezza degli stimoli del progresso, e non è una questione di vecchie generazioni di boomer, di Gen Z, di Millennials, perché forse la paura di perderci ci costringe a rimanere distanti.
Un paradosso che si insinua sbadatamente anche nella vita di coppia, quella parvenza fugace di reciprocità che non arriva nemmeno a fissare obiettivi comuni, impegnata a ridicolizzarsi e condannata a ridimensionarsi.
Il bisogno di sentirsi validati porta spesso a mantenere i contatti aperti, anche quando si rimane chiusi in una relazione; scegliere una persona significa rinunciare a tutte le altre, un vuoto di valore che minaccia quotidianamente di caderci dentro, perché i rapporti umani, oggi, non costruiscono nulla se non il vuoto emotivo che li circonda: chat che vibrano, ex conoscenze mai del tutto silenziate, finte amicizie che illudono un principio di connessione e opacizzano la lucidità, ma anche la consapevolezza di vivere in questo contesto.
E c’è chi ci vive bene, anestetizzato in conversazioni di proforma, incontri procrastinati per una vita e che identificano una convivialità senza spessore, convenevoli normativi che risolvono l’impiccio sociale e il suo basso grado di desiderabilità.

In una società che ha trovato il suo equilibrio in questo movimento senza ritmo, il vero rumore non lo fa il benessere diffuso che ha allineato ogni desiderio personale in una finta conoscenza di sé, ma il malessere di chi ha schivato il rischio della massificazione e non si sente un omologo, ma aspira a qualcosa di diverso: ad una ricchezza tridimensionale che investa cuore, fisico e mente, ma che non trova corrispondenze con la contemporaneità.
Perché come esiste una “solitudine ordinaria”, fatta di rapporti superficiali, comunicazioni sporadiche, ambizioni falsate, ce ne è anche una meno catalogabile e difficile da diagnosticare persino per la psicologia contemporanea, perché investe tratti dell’individuo molto personali, ma comunque riconducibili ad una vita attiva e ad un alto livello di produttività intellettuale, una solitudine che non nasce dall’essere soli, ma dall’essere gli unici a vedere le cose con i propri occhi non accecati dalle promesse della società.
La “solitudine epistemica” è causata dalla consapevolezza più o meno profonda che nessuno, tra le persone che ci sono vicine, ci comprende o ci conosce: è una questione limitante, che scava nei bisogni e nei valori personali, nel modo estremamente individuale con cui ognuno si confronta col mondo e non si sente allineato con l’altro.
A volte è una questione di risposte agli stimoli esterni, altre volte riguarda domande interiori, e non basta socializzare di più, uscire, passare più tempo in famiglia, perché spesso la compagnia è il problema.

La mancanza di comprensione è un’assenza molto specifica e difficile da colmare, perché si può far parte di una moltitudine ma sentirsi comunque isolati: non è la prossimità che fa difetto, ma quel desiderio di riconoscimento e quel bisogno di risonanza che rendono ogni scambio sociale autentico.
E chi ne soffre ha costruito mondo interiore così evoluto che anche la soddisfazione rischia di diventare insufficiente, e non è una questione di superiorità, ma di particolarità, di vissuto e di esperienze.
Un tempo il progresso responsabilizzava gli individui affinché unissero le forze per un fronte comune, oggi è una condizione di base che rende difficile trovare qualcuno con cui condividere le stesse domande e per cui la consapevolezza non sia un problema mediocre.
C’è una solitudine che deriva dall’essere svegli in un mondo che dorme e non è arroganza, ma un sincero desiderio di quella conversazione che avrebbe fatto sembrare tutto meno simile ad un isolamento.