Le uniche madri che il governo di Giorgia Meloni ha deciso di lasciare fuori dal bonus mamme sono quelle che lavorano dentro le case degli altri. Colf e badanti, per capirci. Adesso una giudice del lavoro del Tribunale di Milano, Eleonora Palmisani, ha scritto in un’ordinanza del 7 ottobre che quell’esclusione può violare la Costituzione, e ha spedito gli atti alla Corte costituzionale.
La misura è piccola, ed è per questo che dice tutto. Il decreto-legge 95/2025 ha dato alle lavoratrici con almeno due figli 40 euro al mese per il 2025, diventati 60 nel 2026 con la legge di bilancio 199/2025, sotto un reddito da lavoro di 40.000 euro l’anno: dipendenti e autonome, professioniste comprese, tutte dentro, con un inciso che la maggioranza ha ricopiato identico in entrambe le norme, “con esclusione dei rapporti di lavoro domestico”.
A fare causa è una donna dello Sri Lanka, in Italia dal 2013, colf a tempo indeterminato per dodici ore a settimana, tre figli e un solo reddito, ben sotto la soglia. Il 20 aprile ha chiesto il bonus all’Inps, che nove giorni dopo le ha risposto picche, e con la legge in mano aveva pure ragione. Con lei hanno firmato il ricorso l’Asgi, Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione, gli Avvocati per niente e la Cgil Lombardia.
La pulizia che vale solo in proprio
L’ordinanza mette in fila un esempio che sembra una barzelletta da ufficio del personale. Una lavoratrice autonoma che pulisce abitazioni private il bonus lo prende, mentre una dipendente che fa le stesse pulizie, con lo stesso tetto di reddito e gli stessi figli, resta a mani vuote, e per la giudice la differenza poggia solo sulla qualificazione formale del rapporto, che con il sostegno alla maternità appare scollegata. Stesso straccio, stessi figli. Cambia il timbro sul contratto.
Calcolatrice alla mano, estendere il bonus alle domestiche peserebbe sui conti pubblici, e quindi, la necessità di contenere la spesa basterebbe a giustificare il taglio. La giudice la vede diversamente: quei documenti permettono di stimare il costo, eppure tacciono sul perché il risparmio debba passare dall’esclusione totale di una categoria invece che da criteri legati al reddito. Si taglia dove il taglio fa meno rumore, del resto.
Le madri che non votano
I numeri spiegano il silenzio. Secondo l’Osservatorio Inps sul 2025 i lavoratori domestici con almeno un contributo versato sono 804.464, le donne 713.538 (l’88,7 per cento), gli stranieri il 68,9 per cento, con una retribuzione media di 8.019 euro l’anno, mentre nel mercato del lavoro complessivo la quota di stranieri, ricorda l’ordinanza citando il ministero del Lavoro, si ferma intorno al 10,5 per cento. Per la giudice è discriminazione indiretta: una norma che sembra neutra e colpisce soprattutto donne straniere. Quasi sette lavoratori domestici su dieci, senza cittadinanza italiana, alle politiche non votano.
Nel 2013 l’Italia ha ratificato la Convenzione 189 dell’Organizzazione internazionale del lavoro (OIL), che chiede di garantire ai domestici condizioni non meno favorevoli degli altri lavoratori anche sulla maternità. La maggioranza, che dalla manovra di fine 2023 a oggi la misura l’ha riscritta tre volte, l’esclusione delle colf l’ha conservata ogni volta.
Era l’ottobre 2019 quando Meloni gridava da piazza San Giovanni «sono una madre», e su quella maternità esibita ha costruito un’intera identità di governo: solo che la madre da premiare deve avere il contratto giusto, e possibilmente anche il passaporto. Quelle che entrano nelle case degli italiani a pulire, con tre figli e un permesso di soggiorno, per questa maggioranza restano personale di servizio, madri solo all’anagrafe.