Lo Stato italiano incassa 12,6 miliardi di euro di imposta sul reddito delle persone fisiche (Irpef) da lavoratori a cui rende faticoso perfino restare in regola. La chiama politica migratoria. I conti stanno nel Rapporto Immigrazione 2026 di Caritas Italiana e Fondazione Migrantes, presentato lunedì a Roma con un titolo che suona come un rimprovero, “Meno confini e più partecipazione”. La sintesi i due organismi della Chiesa italiana l’hanno messa in testa: i 5,6 milioni di stranieri residenti danno molto al Paese e ricevono poco.
Al 1° gennaio 2026 erano quasi 5,6 milioni, il 9,4% della popolazione, cresciuti in un anno di circa 188 mila persone (+3,5%) mentre l’Italia continua a perdere abitanti. Eppure la parola invasione regge male il confronto con l’Europa. Tra il 2013 e il 2023 l’immigrazione in Italia è cresciuta del 13%, contro il 51% della Germania, il 33% della Spagna e il 18% della Francia, i tre grandi vicini con cui amiamo paragonarci quando conviene. Siamo gli ultimi della fila.
Migranti, ol conto che torna solo allo Stato
Nel 2025 i 2,6 milioni di occupati stranieri, il 10,7% di chi lavora in Italia, hanno prodotto 196 miliardi di euro di valore aggiunto, il 9,7% del prodotto interno lordo, una quota più alta del loro peso sulla popolazione. Solo che il reddito medio di un contribuente straniero si ferma intorno ai 17 mila euro l’anno, contro i quasi 27 mila dei nati in Italia. E il 29%lavora in professioni non qualificate, dove gli italiani sono l’8%, spesso con un titolo di studio che vale più del posto occupato. Il bilancio di casa fa il resto: il 60% se ne va nei bisogni essenziali, al risparmio resta il 13%, alle rimesse verso i Paesi d’origine il 17%.
Producono quasi un decimo della ricchezza e contano gli spiccioli. Il Rapporto aggiunge sacche persistenti di lavoro nero e gravi irregolarità contrattuali, con il lavoro su piattaforma che si allarga come nuova frontiera dello sfruttamento. A scuola la forbice si apre presto. Divari negli apprendimenti, più abbandoni e una quota di Neet, i giovani che non studiano e non lavorano, del 30% tra chi ha un background migratorio contro il 17% degli altri. Il Fatto Quotidiano ha estratto dal volume il dato che pesa più degli altri, perché tra gli stranieri seguiti dai Centri di ascolto Caritas il 29,4% sono lavoratori poveri, contro il 17,4% degli utenti italiani: lavorare, insomma, lascia poveri lo stesso.
Il click day e le porte socchiuse
Conviene fermarsi sul capitolo dedicato ai canali d’ingresso. Con il decreto del presidente del Consiglio dei ministri (Dpcm) del 2 ottobre 2025 il governo ha programmato 497.550 ingressi di lavoratori non comunitari per il triennio 2026-2028, 164.850 solo quest’anno, affidati al rito del click day. Caritas ha indagato proprio lì dove lo Stato dice di governare i flussi e ha trovato procedure opache, che secondo il Rapporto possono nascondere indebitamento, dipendenza e irregolarità. Un canale legale che produce debiti somiglia parecchio all’anticamera del ricatto, e poi c’è chi è già dentro e fatica a restarci perché mancano misure per ottenere o conservare un permesso di soggiorno che riconoscano i percorsi di integrazione già avviati.
Per questo Caritas e Migrantes chiedono un permesso di soggiorno per “radicamento sociale” e un finanziamento adeguato del Fondo nazionale per le politiche migratorie. Nella prefazione monsignor Pierpaolo Felicolo, direttore generale di Migrantes, e don Marco Pagniello, direttore di Caritas Italiana, scrivono che “troppe sono ancora le barriere nell’accesso alla scuola e agli alloggi” e girano l’invito ai decisori politici, perché prendano queste evidenze e agiscano.
L’erario quei 12,6 miliardi li ha già contati al centesimo. Il governo conta gli ingressi a colpi di clic. Nel registro di Palazzo Chigi, intanto, una voce per chi è rimasto e ha pagato manca ancora.