Non conosco la scrittrice canadese Anne Carson, che ha vinto il Nobel per la letteratura, ma a naso mi sembra una scelta politica. Sbaglio?
Maria Luisa Piombi
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Gentile lettrice, il Nobel è stato probabilmente un gesto anti Trump. Senza nulla togliere alla Carson, che non ho letto, è noto che il Canada è in rotta di collisione col presidente americano e ha espresso il desiderio di entrare nell’Unione Europea per sfuggire alle grinfie dell’uomo biondo. Ed ecco che la Svezia premia una canadese. Un dispettuccio a Trump che ha anche il sapore di solidarietà inter-scandinava: Trump voleva strappare alla Danimarca, con la forza o coi soldi, la Groenlandia e le sue ricchezze minerarie. Alla fine c’è riuscito, stipulando con Copenaghen un contratto per cui gli Usa avranno il diritto esclusivo di estrarre e mettersi in tasca le enormi risorse della grande isola. Il contratto è travestito da accordo militare, ma non lo è. Trump ha osannato “la nostra nuova e bellissima Groenlandia” (notare il “nostra”) e ha annunciato “massicce esplorazioni di petrolio, gas e minerali critici”. In tale contesto il premio alla Carson è decisamente una puntura di spillo a The Donald. Del resto il Nobel per la letteratura, come quello per la pace (quest’ultimo però è assegnato dalla Norvegia), è da sempre uno strumento geopolitico, basato su un’agenda filo occidentale. La madre di tutti i Nobel geopolitici fu quello allo scrittore russo dissidente Aleksander Solzenicyn nel 1970, in piena guerra fredda, quando in Occidente il mondo era manicheo: di qua la democrazia, di là il comunismo; il Bene o il Male; o con noi o contro di noi.
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