Negli ultimi giorni si è assistito all’ennesimo, prevedibile teatrino istituzionale. Di fronte alla disperazione di una categoria stremata, quella degli autotrasportatori, esponenti di primo piano del Governo e del Viminale hanno evocato il rischio d’infiltrazioni mafiose. Si sono richiamate le ombre dei clan dietro i tir fermi alle rotonde, convocati vertici d’urgenza e descritte le proteste come un possibile terreno di conquista per la criminalità organizzata. A mio giudizio, trattare la rabbia sociale come una questione di ordine pubblico o di contiguità mafiosa è un grave errore concettuale e analitico: rischia di fuorviare l’opinione pubblica e di distogliere l’attenzione dalle reali responsabilità economiche e politiche.
Come osserviamo da anni sul campo, le mafie contemporanee — e la ’ndrangheta in particolare, con la sua struttura affaristico-finanziaria e globale — non hanno un interesse strategico a bloccare le autostrade o a danneggiare i camion. La mafia non organizza picchetti ai caselli e non trae vantaggio dal fermo della circolazione delle merci. Al contrario, ha bisogno che l’economia legale continui a funzionare, che i flussi logistici siano rapidi e che i capitali circolino senza attirare troppa attenzione. “Le mafie non approfittano delle manifestazioni di piazza ma si avvantaggiano delle crisi strutturali”. Mentre il dibattito politico si concentra su chi blocca una rotonda a Soverato o a Crotone, i clan agiscono altrove, nell’ombra della sofferenza economica.
Quando il prezzo del carburante sale vertiginosamente e i costi di gestione rendono insostenibile l’attività di un piccolo autotrasportatore o di un’azienda agricola, è allora che la criminalità interviene. Non lo fa con i megafoni, ma con la liquidità. L’infiltrazione mafiosa nei settori dei trasporti e dell’agricoltura non avviene ai blocchi stradali, ma attraverso canali consolidati, indipendenti dalle mobilitazioni. Quando le banche restringono l’accesso al credito e le imprese di trasporto faticano a pagare il carburante, i clan possono offrire liquidità immediata. Un aiuto che si trasforma in un abbraccio mortale, fino al rischio di perdere il controllo o la proprietà dell’azienda. Le imprese infiltrate o direttamente gestite dai clan, inoltre, possono resistere alla crisi grazie a capitali illeciti da riciclare, all’evasione fiscale e all’impiego di lavoro nero o irregolare. In questo modo riescono a praticare prezzi insostenibili per gli operatori legali e a soffocare gli imprenditori onesti.
Le mafie lucrano sulle crisi, non sulle proteste
Le cosche, infine, possono già condizionare snodi strategici, piattaforme di distribuzione e mercati ortofrutticoli attraverso società di comodo. Non hanno bisogno di scendere in strada e scioperare. Associare la protesta popolare all’ombra dei clan serve soltanto a delegittimare la sofferenza di lavoratori, agricoltori e piccoli imprenditori. La rabbia è il prodotto diretto della disperazione economica. Quando una famiglia non riesce più a far fronte alle spese quotidiane a causa dei rincari, può scegliere di scendere in strada. Agitare lo spauracchio della mafia per zittire o colpevolizzare chi protesta è una scorciatoia che personalmente ritengo pericolosa.
Se le istituzioni vogliono davvero contrastare le infiltrazioni mafiose nell’autotrasporto e nell’agricoltura, non devono limitarsi a osservare i megafoni dei manifestanti ma devono analizzare i bilanci delle imprese in difficoltà e verificare chi si propone di rilevarle, e a quali condizioni. La mafia non crea la crisi, però la sfrutta per acquisire porzioni dell’economia legale. Finché la risposta politica sarà la repressione o il sospetto, anziché un sostegno economico strutturale, le mafie continueranno a prosperare, in silenzio, lontano dai blocchi stradali, ma sempre più presenti nel tessuto economico, finanziario e produttivo del Paese.
Vincenzo Musacchio, professore di strategie di contrasto alla criminalità organizzata, associato al Rutgers Institute on Anti-Corruption Studies (RIACS), Rutgers University of Newark (USA).