È lunga la strada che abbiamo lasciato alle spalle; quando tutto va bene guardare davanti è una scelta che non ammette ripensamenti, ma una sbirciata al nostro passato è altrettanto doverosa, perché “la storia è maestra di vita” e Cicerone di questa certezza ne aveva fatto una filosofia. Non è un sentimento nostalgico ripensare a quella strada, le buche e le giravolte sono incidenti di percorso che la vita impara ad assorbire e persino tornare indietro per invertire la rotta è un atto assolutamente normale.
Enzo Biagi sosteneva che fare giornalismo esigeva la suola delle scarpe consumata, perché il vero cronista non deve limitarsi ad un lavoro da scrivania, ma ha l’obbligo di andare dove vive la notizia e verificare la realtà di persona. Non sarà tra i maestri citati da Augusto Rubei nel suo romanzo d’esordio La strada (Piemme Editore), Enzo Biagi, ma tra Gianfranco Astori che gli ha insegnato il “senso della misura” e la liturgia dietro al culto delle Istituzioni, Giovanni Minoli che gli ha impartito severe lezioni sull’antica arte del racconto, “di ciò che si dice e ciò che si lascia fuori”, e Gianni Letta che è la personificazione del “potere vero”, il suo nome di certo non avrebbe sfigurato.
La Strada… maestra
Anzi, avrebbe popolato quel vivace e tenebroso memoir ammantato di autobiografia in cui il più influente spin doctor italiano, specializzato in relazioni internazionali e comunicazione istituzionale, si confessa e ci confessa come siano intrecciati incontri e relazioni con i nomi più noti della politica italiana tra accordi e divergenze, aspirazioni personali e il bene comune, lungo il suo percorso di crescita e riscatto. È ovvio che ne La strada non tutto abbia un nome, ma dietro La Sindaca, La Ministra, il Giovane Leader e il Messia si nasconde il divertimento di capire chi si celi e come la Politica abbia bisogno dei propri totem per alimentare la passione del Popolo.
E popolare è la chiave di lettura di un romanzo che ha in “Pietruccio” la voce innocente del bambino che si sveglia all’alba per andare a caccia col padre e accompagnarlo a smistare formaggi per Roma, e in Pietro il riverbero dell’uomo che ha imparato a stare al mondo senza mai alzare la testa “oltre il livello del cortile di casa”. E questa dicotomia tra passato e presente, per nulla eludente, è la struttura portante di un racconto sincero e vibrante, onesto ai limiti del brutale quando parla di un bambino che cerca di dissimulare le proprie origini di San Basilio con non precisate zone della Capitale, e più strutturato, quasi categorico, quando dà voce all’esperienza di un uomo che vive nell’ombra ma riflette di luce propria.
Dentro e fuori la borgata
La strada si inserisce lungo quella scia che sembra un topos dei romanzi di formazione, dove la giovinezza del protagonista ha delle rassicuranti certezze che si scontrano con la percezione e la definizione del ruolo che gli adulti ricoprono attorno a lui, come se la frattura fosse imminente. Per Pietruccio il “giorno più buio” è stato quello in cui si è reso conto che anche un padre tutto d’un pezzo può liquefarsi come una “mozzarella” di fronte a un problema più grande di lui, ma lo scollamento segna anche il riconoscimento di una madre dal passato sofferto e deprivato, con il sangue al cervello di fronte alle ingiustizie: “A San Basilio le storie diventano più grandi delle persone che le vivono” e questa consapevolezza non può che essere il primo passo per uscire dalla borgata.
E non bastano gli amori esotici o quelli altolocati per fare il salto di qualità, perché quello lo intraprendi solo quando conosci bene dove poggiano i tuoi piedi: è ovvio che La strada di Pietro, tra Er Sorcio e Spaghetto, Massimino e Darietto sia un microcosmo di preparazione per quel macrocosmo che sono i palazzi del potere, che quei vezzeggiativi tra capetti di quartiere e gregari senza niente da perdere siano stati la palestra dove infiocchettare ogni “vaffanculo” per il Parlamento, perché lì, diversamente dalla borgata, “devi vestirlo da dissenso composto, osservazione critica. Devi mettergli i guanti bianchi e usare una forma elegante”.
Rubei e il suo alter ego ci offrono una lezione che il mondo della Politica conosce tanto bene da impastarsi la bocca, ma è troppo apatico e satollo per praticarla: uno che è cresciuto mangiando polvere e che conosce la stratificazione sociale di Roma anche dove non ci sono carte geografiche, né guide turistiche, sa che nei quartieri più popolosi, quelli dove si vota per davvero, le ideologie smettono di sedurre quando il frigo è vuoto; “la rabbia e la fede si mischiano e diventano decisione politica […] non esiste un programma, ma solo una domanda: Chi mi migliora la vita?”.
Ambizione e talento
È incredibile come una storia così personale offra la comprensione di questi tempi così insofferenti e malmostosi, con la voce delle piazze che si domanda come siamo arrivati a questo punto. Anche qui il passato da giornalista dell’autore fa la differenza, perché il lavoro di redazione insegna a non accontentarsi “della superficie delle cose, […] che l’11 settembre (è) l’anniversario delle Torri Gemelle, ma non scordiamoci il golpe cileno del ‘73. Pare che nessuno se lo ricordi più”. Ecco, se non ci dimenticassimo le cose non vivremmo di precarietà e mistificazione, perché “le notizie hanno genitori e nonni, […] ogni fatto si porta dietro il suo albero genealogico”.
Nonostante l’immaginario ombroso dei palazzi del potere o la consapevolezza della fatica di chi vive realtà non allineate, La strada, che racconta tutto questo dal punto di vista esaustivo di chi ce l’ha fatta, è un romanzo estremamente positivo nel suo messaggio intrinseco, è un’esortazione a non soffocarsi di fronte al proprio retaggio, ma a dare fiato alle ambizioni e a credere nel proprio talento. Non è più tempo di essere Pietruccio che gioca per strada, ma di abbracciare Pietro che quella strada se la lascia alle spalle.