La Cassazione respinge tutti i ricorsi. L’ex Ilva ai titoli di coda

L'ex Ilva si deve fermare. La Cassazione ha respinto tutti i ricorsi dell'azienda, decretando lo stop definitivo dell'area a caldo

La Cassazione respinge tutti i ricorsi. L’ex Ilva ai titoli di coda

La salute dei cittadini viene prima della continuità produttiva. La Cassazione ha respinto tutti i ricorsi di Acciaierie d’Italia e Ilva in amministrazione straordinaria, confermando il provvedimento della Corte d’Appello di Milano che impone la sospensione dell’area a caldo dell’ex Ilva di Taranto. Per il governo Meloni si apre una fase decisiva: dopo anni di rinvii, occorre un progetto capace di tutelare insieme la salute dei tarantini e l’occupazione. Nelle motivazioni, la Suprema Corte ritiene adeguatamente accertati i pericoli “gravi e rilevanti” che giustificano la sospensione dell’attività. Per i giudici vale il principio di precauzione, senza violare quello di proporzionalità.

La Cassazione respinge tutti i ricorsi. L’ex Ilva ai titoli di coda

Richiamata anche la direttiva europea 2024/2881 sulla qualità dell’aria, che prevede parametri più severi per le polveri sottili PM10 e PM2,5. La Corte d’Appello aveva assegnato 90 giorni per completare la sospensione. Il governo, però, è intervenuto con un decreto per consentire ai commissari di mantenere gli impianti in preriscaldo in attesa della pronuncia della Cassazione, e comunque non oltre il 15 dicembre. “La vita dei tarantini è importante anche per i giudici della Cassazione. Abbiamo vinto!”, esulta l’associazione Genitori Tarantini. Il Codacons parla di una “decisione storica” che afferma la priorità della salute e ricorda il controricorso presentato insieme alle famiglie della città. Ma apre anche la questione più urgente: che cosa accadrà ai lavoratori e a un territorio la cui economia è stata legata per decenni alla siderurgia?

Reazioni

Il sindaco di Taranto Piero Bitetti chiede di accelerare. “Il verdetto della Cassazione ci restituisce l’urgenza di lavorare alle alternative economiche e produttive che abbiamo più volte richiesto al Governo”, afferma. La riconversione non può più restare una promessa: servono risorse per le bonifiche, nuove attività produttive, garanzie per gli addetti diretti e per l’indotto. Una prospettiva che non costringa la città a scegliere tra salute e salario. È la richiesta che torna nelle prese di posizione della politica e dei sindacati: un futuro produttivo diverso, non un’altra proroga.

Dito puntato

Le opposizioni accusano l’esecutivo di aver perso tempo. Per Mario Turco, vicepresidente del Movimento 5 Stelle, lo stop rappresenta una “pesante sconfitta politica per il Governo Meloni”, che avrebbe continuato a finanziare con denaro pubblico un modello produttivo ormai insostenibile. Il senatore denuncia il ripristino dello scudo penale e la successione di decreti a tutela della continuità produttiva a carbone. Chiede alla premier di riferire in Parlamento e propone un accordo di programma tra governo, istituzioni locali e parti sociali, con risorse certe, scadenze vincolanti e responsabilità definite.

Angelo Bonelli, deputato di Avs, allarga la critica alle scelte compiute negli ultimi quattordici anni. Dal sequestro del 26 luglio 2012, ricorda, si sono susseguiti decine di decreti “salva Ilva” senza riuscire a garantire né la salute dei cittadini né la sicurezza dell’occupazione. La sentenza, sostiene, sancisce il fallimento di una classe politica che ha sacrificato Taranto alla monocultura dell’acciaio. Per uscirne occorre procedere alle bonifiche e creare nuove opportunità di lavoro, non limitarsi a difendere gli impianti esistenti.

Anche il sindacato sollecita una svolta industriale, senza abbandonare i lavoratori. La Fiom-Cgil, con Loris Scarpa, chiede di accelerare il percorso concordato a Palazzo Chigi e di riconvocare il tavolo sul verbale del 27 ottobre. Indica la necessità di investimenti straordinari nella decarbonizzazione, manutenzioni e bonifiche, oltre all’acquisto di bramme e coils per assicurare continuità produttiva e occupazionale. Il piano dovrà riguardare l’intero gruppo, da Taranto a Genova, fino a Novi Ligure e Racconigi, individuare un soggetto industriale e prevedere garanzie salariali, un piano sociale e nuovi investitori.

Basta rinviare

La pronuncia della Cassazione non risolve da sola il futuro dell’ex Ilva, ma rende impossibile continuare a rinviare le scelte. Ora la politica deve dare risposte verificabili a una città che ha pagato un prezzo altissimo in termini ambientali e sociali. Il diritto alla salute non può più essere trattato come un ostacolo da aggirare con un altro decreto. E la difesa del lavoro non può ridursi alla sopravvivenza di un modello industriale che non offre garanzie per il futuro.