Renzi divisivo come le armi a Kiev. Tra Conte e Schlein l’intesa è in salita

Il Pd intende imbarcare a tutti i costi Renzi. Ma Conte pone dei paletti precisi: "Senza garanzie non ci stiamo"

Renzi divisivo come le armi a Kiev. Tra Conte e Schlein l’intesa è in salita

Non bastava il nodo delle armi all’Ucraina. Nel campo progressista torna a scoppiare il caso Matteo Renzi, l’alleato che Elly Schlein vuole tenere dentro e che Giuseppe Conte considera un problema politico tutt’altro che secondario. E mentre il Pd punta a presentare una coalizione già pronta per le elezioni, il leader del M5S pone una questione più scomoda: unirsi per battere Giorgia Meloni, certo, ma per fare cosa e con quali garanzie? Il confronto, insomma, non riguarda soltanto i posti a tavola. Riguarda chi potrà dettare l’agenda del centrosinistra.

Renzi divisivo come le armi a Kiev. Tra Conte e Schlein l’intesa è in salita

A ribadire la linea democratica è Igor Taruffi, responsabile Organizzazione del Pd: alle sette regionali dello scorso anno, ricorda, lo schema era sempre quello, con democratici, Cinque Stelle, Avs, centristi e moderati. “Questo è il centrosinistra con cui andremo alle elezioni del prossimo anno”, assicura. Per il Nazareno la formula è collaudata. Per Conte, invece, il fatto che abbia funzionato nelle urne locali non basta a sciogliere i nodi nazionali. Il presidente del Movimento non usa giri di parole. Il “testardamente unitario” rivendicato da Schlein, osserva, sembra tradursi nella volontà di imbarcare Renzi a ogni costo. Una scelta che, a suo giudizio, “rischia di depotenziare in termini elettorali” l’alleanza.

I paletti di Conte

L’obiettivo di mandare a casa Meloni resta condiviso, ma serve “un progetto solido e coerente”. Non un cartello elettorale destinato a litigare il giorno dopo il voto. E soprattutto non una coalizione nella quale le differenze su economia, politica estera e regole della politica vengano nascoste fino alla campagna elettorale. La sfida si fa concreta quando Conte guarda alle primarie: “Cara Schlein, nel caso dovessi vincere tu le primarie dobbiamo dirlo prima, altrimenti il Movimento non ci sta”. Il punto, spiega, è il conflitto di interessi. Accusa Renzi di svolgere attività d’affari internazionali mentre aspira a un ruolo politico e di governo, e chiede una legge rigorosa che valga per tutti. “Questo è un passaggio non negoziabile”, avverte.

Un vincolo programmatico che il Pd non può liquidare come una semplice antipatia personale. A provare a smorzare i toni interviene Goffredo Bettini. Renzi, sostiene, ha compiuto una scelta di campo, è intelligente e “sta combattendo bene”. Ma avverte che Italia viva non esaurisce l’area moderata e invita ad allargare il perimetro. Carlo Calenda, intanto, punzecchia l’ex alleato: “Non capisco come Matteo non si senta umiliato”, dice, ricordando che non sarebbe coinvolto nei vertici e nelle telefonate del centrosinistra.

I sondaggi

A rendere il confronto meno sbilanciato contribuiscono i sondaggi. Nell’ultima rilevazione Ipsos Doxa citata nel dibattito, il Pd sale dal 19,5 al 19,9% e il M5S dal 14,5 al 14,9%: cinque punti di distanza. Non è un sorpasso e non basta da solo a stabilire i rapporti di forza, ma conferma che Conte può far valere un consenso significativo al tavolo della coalizione. Sul sostegno militare a Kiev, inoltre, M5S e Avs condividono una posizione contraria a nuovi invii di armi. Sommando il 14,9% dei Cinque Stelle al 6,3% attribuito ad Avs si arriva al 21,2%, sopra il dato del Pd: un confronto tra consensi, non un automatismo politico, che segnala comunque quanto pesi quel fronte pacifista.

Nodo primarie

Resta poi l’altra partita, quella delle primarie. Nel Pd prevale l’idea di un duello tra Schlein e Conte, o in alternativa se allargato, con doppio turno; il M5S preferirebbe una competizione aperta e a turno unico. Circolano anche altri possibili nomi: Alessandro Onorato, Franco Gabrielli, Riccardo Magi e rappresentanti di Avs e Italia viva. Per ora sono ipotesi, mentre regole e partecipanti devono ancora essere concordati.

Prima dei nomi, però, c’è il programma. I tavoli tematici potrebbero partire a breve, probabilmente dal lavoro, dove le convergenze sono più solide. Mercoledì alla Camera torna la discussione sul salario minimo e nel campo progressista si valuta di aggiornare da 9 a 10 euro lordi l’ora la proposta, alla luce dell’inflazione. È qui che l’alleanza può cominciare a misurare la propria credibilità: meno formule sull’unità, più impegni verificabili. E il nodo Renzi, a quel punto, non sarà più soltanto una questione di simpatie.